La finestra sul cortile

Parole violente: quando la comunicazione banalizza e normalizza la violenza di genere.

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November 18, 2020

Quella su cui andiamo a riflettere oggi attraverso questo articolo è una tematica molto delicata, su cui non è sempre facile esprimersi.
Nelle ultime settimane le pagine di alcuni quotidiani Italiani hanno dato un enorme contributo a quella linea di pensiero che vede la vittima come alla ricerca della sorte che le tocca.
Due sono i casi emblematici di questo fenomeno che serpeggia sui social e che queste piattaforme permettono avvenga poiché, forse, è difficile da debellare in quanto corrente di pensiero. O forse perchè, purtroppo, non si dà abbastanza peso a quei commenti abominevoli.
Il problema fondamentale è che se si volesse, si potrebbe intervenire: dopotutto i commenti sui social non sono anonimi, è possibile segnalare link e articoli a Facebook, e non credo che sarebbe così difficile inserire dei filtri per arginare la diffusione di immagini e parole che descrivano in modo banale stupri e violenze.
In realtà, questo fenomeno ha poco a che fare con il pensiero come descritto sui dizionari, ossia come “l’attività psichica mediante la quale l’uomo acquista coscienza di sé e della realtà che considera come esterna a sé stesso”, quella stessa capacità che ci distingue dalle bestie.
Eppure, scorrendo i commenti agli articoli di cui parlerò più avanti, leggendo quelle parole si giunge alla conclusione che neppure un animale potrebbe partorire un concetto simile.

Il primo caso di cui voglio parlare è avvenuto a Carignano, nel Torinese, dove un uomo uccide con un colpo di pistola la moglie, i figli di due anni, il cane e poi si suicida.
Alcuni giornali descrivono l’assassino come un gran lavoratore che ha aiutato per anni il padre nell’azienda di famiglia e che nel tempo libero si era occupato della costruzione della sua villetta.
Parole ben diverse si spendono per la moglie: viene descritta come quella che aveva preso la decisione di separarsi. Nell’articolo viene minuziosamente riferito come fosse una persona buona quello che poi ha sparato alla moglie, mentre di questa moglie non viene detto nulla, viene solo citato che era stata lei a chiedere la separazione, cosa che lui non aveva accettato e che gli destava molta preoccupazione.
Qui sotto trovate alcuni commenti veramente raccapriccianti condivisi e riassunti da Il Signor Distruggere:
Come potete vedere le odiose parole prodotte da questi individui sono contro la moglie, colpevole di aver deciso di porre fine al matrimonio. Questi sono solo alcuni dei commenti, ma fosse anche uno solo, fosse anche una sola persona ad avere questa opinione, non andrebbe comunque bene: frasi come quelle che definiscono la vittima “rovina famiglie”, ma il colpevole “un uomo normale” non dovrebbero essere all’ordine de giorno.
Quindi, secondo questi luminari, la donna non doveva separarsi, non aveva il diritto di scegliere e lui, poveretto, affranto per questa decisione, l’ha uccisa. Questa è una normalizzazione, una banalizzazione della vicenda che quindi giustifica il gesto violento.
Una donna non ha il diritto di separarsi o di divorziare, questi individui (e quello che fa più male è che alcune, purtroppo, sono proprio donne) sono fermi a una concezione antiquata e superata di matrimonio e, soprattutto, di libertà di scelta.
Sono attaccati saldamente al concetto di padre – padrone, di maschio alpha, di uomo che “porta a casa la pagnotta” e quindi ha l’ultima parola.
Alcuni giornali e telegiornali, hanno pensato anche di alimentare questa ideologia aberrante descrivendo, appunto, l’assassino come uomo buono e grande lavoratore, mentre la vittima come adultera, traditrice, che aveva una relazione con “un altro”.
Barbara, perché è così che si chiamava la donna ammazzata nel sonno dal marito, non doveva avere pareri, a quanto sembra. Non poteva decidere di porre fine a una relazione. I motivi possono essere molteplici, poteva essersi innamorata di un altro, poteva aver deciso che quella non era la vita per lei, poteva essersi accorta di non amare più suo marito, poteva aver scoperto che quella relazione non le bastava più. Ma queste sono congetture e ipotesi perché il motivo poteva essere recondito, impossibile da immaginare e soprattutto è ininfluente.
Poteva essere per qualsivoglia motivo, perché nel 2020 una donna è libera di scegliere quando e se separarsi e non deve morire per questo.
E soprattutto, dopo essere stata uccisa, non deve passare per quella che se l’è cercata o per rovina famiglie.
Il modo in cui si parla di un assassino aggiungendo alla sua descrizione caratteristiche positive come “buono” o “gran lavoratore” e indicare la vittima come quella che “aveva un altro” oppure “aveva deciso di separarsi”, non fanno altro che alimentare la cultura del femminicidio.
Perché il messaggio che passa attraverso questa comunicazione becera e questo linguaggio demenziale è che il cambiamento avvenuto nel marito, da buon uomo dedito alla famiglia ad assassino, sia stato causato dalla moglie che voleva il divorzio.
Il messaggio che passa è che quella donna che aveva un marito così buono e bravo, come poteva desiderare qualcos’altro? Come poteva decidere di costruirsi un’altra vita.
La comunicazione è uno dei mezzi più potenti che abbiamo, domandiamoci in quanti modi queste informazioni potrebbero essere scritte in modo differente. Attraverso quei titoli, quegli articoli, quei servizi ai TG, viene banalizzato l’ennesimo caso di femminicidio e viene trasformato in un povero uomo sofferente e addolorato vittima delle decisioni della moglie quello che ha sterminato la famiglia. Mentre il concetto alla base di questo atto, invece, è egoistico: o con me, o con nessuno. L’unica informazione da dare era semplice: Alberto Accastello ha ucciso la sua famiglia.

Il secondo caso riguarda Alberto Genovese, 43 anni, accusato di aver abusato di una ragazza di diciotto anni durante una festa nel proprio appartamento.
Genovese ha drogato la giovane, l’ha tenuta legata, l’ha violentata e filmata per più di 20 ore nella sua camera, a guardia della quale vi era un bodyguard per evitare di essere disturbato.
Genovese le ha legato mani e piedi e l’ha costretta a fare giochi erotici, solo la mattina seguente, dopo essersi ripresa è riuscita a scappare dall’appartamento. I testimoni hanno raccontato che durante le feste vi erano sempre cocaina e 2CB che gli invitati potevano assumere.
Genovese ha cercato di scappare, di far cancellare i video della sorveglianza e della sua camera da letto (che sono stati invece recuperati) e, una volta arrestato, si è autoproclamato vittima della droga e inconsapevole di comprendere ciò che è legale e ciò che non lo è dopo averla assunta.
I pm hanno definito la violenza “ripetuta e cruenta” e il gip afferma, come si legge su Repubblica: “Genovese ha agito prescindendo dal consenso della vittima, palesemente non cosciente per circa la metà delle 24 ore trascorse con lui, tanto da sembrare in alcuni frangenti un corpo privo di vita, spostato, rimosso, posizionato, adagiato, rivoltato, abusato come se fosse quello di una bambola di pezza.
Una volta ripreso conoscenza, la ragazza ha chiaramente mostrato il suo dissenso, ma “non è stata ascoltata dal carnefice che, imperterrito, ha proseguito nella sua azione violenta, continuando a drogarla e a violentarla”.
Di fronte a un episodio così raccapricciante dovremmo essere tutti d’accordo su chi sia la vittima e chi il carnefice. Eppure, vi è sempre quella fetta di popolazione che trova il modo di colpevolizzare la ragazza.
Quando leggo certi commenti o sento certi discorsi, mi viene la pelle d’oca. La giovane, secondo questi soggetti, sarebbe colpevole di aver accettato droghe e di trovarsi lì, di essere stata una sciocca.
Anche in questo caso i giornali, emblematico è il caso del Sole 24 ore che scrive, di Genovese, “Un vulcano di idee e progetti che, per il momento, è stato spento.”… “Sarà ora costretto a fermarsi in prima persona – almeno per un po’”.
Il vulcano di idee e di progetti ha violentato, seviziato per ore, drogato una ragazza di 18 anni.
Questo è uno dei modi in cui si favorisce la cultura dello stupro: banalizzando, minimizzando le azioni compiute da questi uomini, una delle più atroci e terrificanti che si possano commettere.
La prognosi della ragazza è stata di 25 giorni, ci sono i filmati che testimoniano quelle oscenità, eppure, lui è un vulcano di idee e per chi legge, lei se l’è andata a cercare perché “cosa ci faceva lì”, “eh se entri in camera sua qualcosa vorrà dire”.
Si toccano veramente i livelli più squallidi e questo avviene per diversi motivi: un po’ perché certi atteggiamenti, certi tipi di comunicazione, l’uso di certe parole per raccontare questi fatti, sono ormai radicalizzati nella nostra società e nella nostra cultura.
Quante volte, infatti, durante interviste oppure proprio attraverso i social le persone si permettono di commentare uno stupro con “Se l’è cercata” o “Com’era vestita?”; emblematico il caso di quelle due ragazze a Genova che mentre rientravano a casa sono state vittime di molestie verbali per strada e, addirittura, inseguite dai molestatori; inoltre, una volta recatesi in Questura per denunciare l’accaduto sono state accolte con un “Voi due cosa ci facevate in giro a mezzanotte?” e, ancora, “Vuoi davvero fare denuncia per questo?”.
Una delle due giovani, Vanessa Russo, ha poi descritto sui social la sua terribile esperienza e ancora oggi è impegnata, insieme a Break The Silence Italia, a raccontare gli episodi di violenza e di molestie subiti dalle donne attraverso post, eventi, interviste e campagne di sensibilizzazione.
Infatti, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre stanno raccogliendo le foto dei vestiti indossati nel momento in cui sono state subite violenze e molestie, in strada e non. La campagna è volta proprio a rimarcare che non è mai colpa della vittima.
Amnesty International ha fatto una lunga battaglia dedicata proprio a cambiare gli atteggiamenti sociali, che si radicalizzano attraverso la discriminazione di genere, e a debellare la cultura dello stupro che si manifesta anche attraverso la normalizzazione della violenza che consiste nel colpevolizzare la donna per come fosse vestita o per come si sia comportata, come nel caso Genovese.
Si legge su Repubblica: “Nel nostro paese persiste il pregiudizio che addebita alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita per il modo di vestire (23,9% degli intervistati) o se sotto effetto di alcool e droghe (15,1%). Il 39,3% degli intervistati ritiene inoltre che una donna sia perfettamente sempre in grado di sottrarsi ad un rapporto sessuale se davvero non lo desidera.
A volte, addirittura le campagne contro la violenza sulle donne non centrano il punto, come quella mossa dal Comune di Ferrara qualche mese fa dove troneggiava la scritta “Se sei ubriaca sei in parte responsabile dello stupro.”, che ha ricevuto molteplici critiche e che è stata subito rimossa dai social.
Questo è ciò che si legge sul sito dell’Istat:

Il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila).

Ha subìto violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner il 13,6% delle donne (2 milioni 800 mila), in particolare il 5,2% (855 mila) da partner attuale e il 18,9% (2 milioni 44 mila) dall’ex partner. La maggior parte delle donne che avevano un partner violento in passato lo hanno lasciato proprio a causa delle violenze subite (68,6%). In particolare, per il 41,7% è stata la causa principale per interrompere la relazione, per il 26,8% è stato un elemento importante della decisione.

Il 24,7% delle donne ha subìto almeno una violenza fisica o sessuale da parte di uomini non partner: il 13,2% da estranei e il 13% da persone conosciute. In particolare, il 6,3% da conoscenti, il 3% da amici, il 2,6% da parenti e il 2,5% da colleghi di lavoro.

Le donne subiscono minacce (12,3%), sono spintonate o strattonate (11,5%), sono oggetto di schiaffi, calci, pugni e morsi (7,3%). Altre volte sono colpite con oggetti che possono fare male (6,1%). Meno frequenti le forme più gravi come il tentato strangolamento, l’ustione, il soffocamento e la minaccia o l’uso di armi. Tra le donne che hanno subìto violenze sessuali, le più diffuse sono le molestie fisiche, cioè l’essere toccate o abbracciate o baciate contro la propria volontà (15,6%), i rapporti indesiderati vissuti come violenze (4,7%), gli stupri (3%) e i tentati stupri (3,5%).

La verità è che le scuse non bastano: serve una svolta, serve una maturazione ideologica.
E per lo sviluppo di questo processo è necessaria l’attenzione dei media e dei social media ai titoli, alle parole, alle descrizioni utilizzate per raccontare e narrare le terribili esperienze che colpiscono le vittime di violenza, come quelle raccontate sopra.
Anzi, sono proprio questi mezzi che possono fare la differenza, soprattutto sui social perché ormai quasi tutti si documentano su essi e leggono le notizie. Sicuramente il cambiamento è da attuare nella società, ma è anche attraverso questi processi che si può migliorare.
Fin da piccole siamo abituate a sentirci dire, anche e soprattutto dalle proprie madri, che dobbiamo stare attente. Quando diventiamo più grandi è possibile che cambiamo quella gonna perché troppo corta o quella maglietta perché troppo scollata. È altrettanto possibile che se dobbiamo tornare a casa da sole fingiamo di essere al telefono, o teniamo le chiavi strette tra le mani a mo’ di arma, o che ci giriamo costantemente per assicurarci di non essere seguite. Alcune di noi girano con lo spray al peperoncino.
Ognuna di noi, ormai, può affermare con sicurezza di aver subito molestie verbali mentre camminava per strada. Tutte vi possono confermare che non è piacevole: non ci lusinga, ma ci fa sentire sporche e ci fa paura.
La verità è che se uno violenta una ragazza, la droga, la lega, ne abusa per venti ore, la comunità si sente di dire a lei che cosa avrebbe dovuto fare, come non avrebbe dovuto comportarsi, e non a lui. Lui è un vulcano di idee, lei invece avrebbe dovuto essere più furba.
Se uno ammazza la propria famiglia è un uomo buono e un gran lavoratore, mentre la moglie aveva deciso di divorziare.
E’ triste e avvilente che nel 2020 ci sia ancora questa situazione, da un lato ci evolviamo, abbiamo tecnologie che prima non potevamo nemmeno immaginare e senza le quali non sapremmo come fare, eppure sul lato sociale, emotivo, sulla nostra identità sociale siamo ancora molto carenti e lontani dalla civiltà.
Penso che sia necessario cominciare a chiamare le cose con il proprio nome e penso che siano altrettanto necessari le testimonianze delle sopravvissute alle violenze, la presenza di associazioni quali Break The Silence e, soprattutto, il rispetto, la comprensione, l’ascolto e la sensibilità di fronte al dolore altrui.

Alessandra Sansò

Laureata Magistrale in Psicologia Clinica e di Comunità presso l’Università degli Studi di Genova con una tesi dal titolo “Alessitimia in adolescenza: un contributo alla validità convergente degli strumenti di valutazione”.
I suoi interessi principali riguardano l’adolescenza e le sue caratteristiche, ma si concentra anche su concetti della Psicologia Sociale, quali deumanizzazione e stigmatizzazione quantomai presenti nella società moderna.

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