Storia

L’estinzione di Gian Paolo Balbi

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November 24, 2020

Il Prete, il Ribelle e gli Assassini

Genova, 8 maggio 1648. Stefano Questa, ex capitano di Francia nel Granducato di Toscana, si consegnò agli Inquisitori di stato, la magistratura creata una ventina di anni prima per difendere e tutelare la sicurezza dello stato genovese, basata sull’omonimo organo veneziano. La colpa di Stefano Questa era catalogabile tra i reati su cui gli Inquisitori di stato avrebbero dovuto vigilare con particolare solerzia: egli infatti aveva preso parte ad una congiura contro la Repubblica di Genova, svolgendo insieme al fratello Giovanni Battista il ruolo di intermediari presso la corte francese, a cui avevano esposto il progetto della cospirazione ideata dal nobile genovese Gian Paolo Balbi. Quest’ultimo, accecato dall’ambizione personale e portatore di un rancore profondo per Genova, aveva ideato un folle piano per occupare i punti nevralgici della città e diventare così Arciduca dei domini genovesi. Se i francesi avessero acconsentito a inviare un migliaio di fanti come forza d’attacco, Gian Paolo Balbi avrebbe messo il nuovo stato sotto la protezione della Francia, in un voltafaccia del tutto simile a quello avvenuto nel 1528, a parti però invertite.[i] Il piano, comunicato dai fratelli Questa al cardinale Mazzarino, non aveva tuttavia trovato l’approvazione del primo ministro francese, intento ad arginare varie problematiche e dubbioso della reale efficacia del progetto cospirativo.[ii] Licenziati da Parigi con un rimborso monetario per il viaggio, la delusione prevalse su Stefano Questa, portandolo a pentirsi e a cercare di anticipare la giustizia genovese per ottenere l’impunità per sé e suo fratello.
La congiura di Gian Paolo Balbi venne quindi svelata l’8 maggio 1648, dando iniziò a una lunga serie di indagini e di vicende che tormentarono la Repubblica di Genova per un paio di anni. Ma tra le molteplici storie che potrebbero essere raccontate intorno alle conseguenze della cospirazione, quella riguardante il principale congiuratore è di gran lunga la più interessante. Avvertito del disvelamento della congiura Gian Paolo Balbi fuggì velocemente da Milano, luogo in cui era stato esiliato per un atto sovversivo commesso in precedenza, per raggiungere Bergamo e in seguito Chiavenna.[iii] Da qui partì la lunga peregrinazione di Gian Paolo in giro per l’Italia e l’Europa: prima Venezia, poi Parigi per provare a rimettere in sesto la trattazione con il cardinale Mazzarino, che si rivelò un altro insuccesso e causò lo spostamento del Balbi verso Calais e, alla fine del 1648, ad Amsterdam. Quest’ultima città si rivelò un luogo sicuro e diventò il rifugio da cui Gian Paolo provò a intessere nuovi rapporti con gli spagnoli, interessati a intercettare il nobile congiuratore per ottenere i dettagli sulle trattazioni con i francesi. Le informazioni, formate anche da varie lettere, diventarono l’asso nella manica del Balbi, intento ad agguantare una nuova possibilità per poter riaffermare il proprio prestigio e, nel caso, vendicarsi della Repubblica di Genova. Anche in questo frangente, però, si ripropose lo stesso atteggiamento che aveva contraddistinto i francesi; i funzionari spagnoli infatti mantenevano i contatti con Gian Paolo, senza però soddisfare le sue richieste. Durante queste complicate trattazioni, il Balbi si decise di tornare in Italia nella prima metà del 1650, probabilmente per mettere più pressione sugli spagnoli e far fruttare i legami con alcune personalità importanti. La sua nuova base italiana fu Venezia, in cui poteva incontrare il Marchese di Fuentes, ambasciatore spagnolo residente nella laguna. Lo spostamento da Amsterdam a Venezia non passò inosservato alla rete di informatori degli Inquisitori di stato genovesi, che vennero prontamente avvertiti. Per Genova era intollerabile che il Balbi, condannato per delitto di lesa maestà, potesse continuare a scorrazzare liberamente in giro, mettendo in serio pericolo la sicurezza della repubblica: così, per la prima volta nella loro storia, gli inquisitori genovesi furono incaricati di ingaggiare dei sicari per eliminare l’ormai ben noto Gio. Paolo Ribelle.[iv]
Nel 1653 lo sforzo della magistratura genovese per far fuori il Balbi raggiunse l’apice. Fino a quel momento, ben sei negoziati erano stati conclusi per l’estinzione di Gian Paolo. Da questi contratti non era però arrivata l’azione risolutiva. Dall’attività di alcuni degli agenti assoldati, appare probabile che una parte di essi si limitasse a svolgere le funzioni di una classica spia, monitorando continuamente le attività del Balbi; per i sicari puri, invece, il compito assegnato si era dimostrato piuttosto arduo: una relazione di un agente anonimo segnalò infatti che il congiuratore, rimasto con la stessa acconciatura che portava a Genova, usciva poche volte da casa e, solitamente, era accompagnato da una piccola scorta personale armata.[v]

Figura 1: Il ritratto del Balbi stampato sulle grida della Repubblica di Genova.

Per ovviare a queste problematiche furono inviati a Venezia i migliori agenti a disposizione. Una spia arrivò nella laguna verso fine aprile: utilizzava il nome d’arte di Teodoro Carandelli, ma era soprannominato il “Prete” per via del suo probabile camuffamento. Oltre la curiosità che può suscitare il soprannome, la principale caratteristica della spia era la modalità della trasmissione di notizie. Il Prete infatti riuscì a rendere le informazioni sul Balbi invisibili, utilizzando una tecnica tanto semplice quanto efficace per nascondere la propria attività di spionaggio da occhi indiscreti. Le lettere erano così strutturate: su di un lato venivano scritte frasi piuttosto generiche, come invocazioni al Signore e auguri misericordiosi verso il ricevente; nella parte posteriore della lettera, invece, la spia utilizzava una mistura di succo di limone come inchiostro simpatico per scrivere le informazioni ottenute sul conto di Gian Paolo Balbi. Una volta ricevuta la lettera, bastava avvicinare la parte posteriore ad una fonte di calore per far emergere le parole del testo, imprimendo alle stesse una tonalità giallognola che, in certi casi, è durata ben 367 anni![vi] La stessa spia, in una delle prime lettere, diede le motivazioni di questa scelta:

«Parmi che in questa maniera si possa discorrere sopra particolari liberamente, non potendosi persona al mondo imaginare (benché le lettere fossero trovate il che anche non può succedere) che habbia artificio alcuno chi scrive così alla schietta, senza grammatica, come proverò di far io nella lettera negra».[vii]

E di queste lettere il Prete ne inviò varie, dato che in poco tempo il lavoro dell’abile spia diede i suoi frutti.
Appena arrivato a Venezia, il Prete aveva comunicato di aver preso «una casetta appresso il detto Ambasciatore di Spagna», di cui Gian Paolo Balbi era un vicino e un frequente ospite.[viii] Pochi giorni dopo arrivò anche uno scarabocchio dove era segnate le case del congiuratore e dell’ambasciatore, entrambe sul Canal Grande e situate nei pressi della chiesa di S. Geremia. Dopo aver trasmesso le informazioni geografiche, indispensabili per poter progettare l’assassinio, il Prete iniziò a concentrarsi sulla vittima: l’obiettivo era quello di recitare una parte e riuscire ad avvicinarsi il più possibile al Balbi. I frequenti eventi organizzati dal Marchese di Fuentes nella propria abitazione diedero alla spia lo spunto per il proprio ruolo. Il Prete si finse un cultore della musica e riuscì a frequentare gli incontri presso l’ambasciatore, senza tuttavia farsi prendere dalla frenesia di conoscere Gian Paolo. La spia infatti aveva notato che, anche se «bene pare che viva alla carlona», il Balbi mostrava atteggiamenti paranoici: «non manca però di andar cauto, e di guardarsi d’intorno».[ix] La prudenza si rivelò essere la strategia vincente. Dopo un mese di paziente attesa, a fine maggio arrivò l’opportunità tanto attesa. Il Prete riuscì ad avvicinare Gian Paolo e a intrattenerlo sulla soglia di casa sua con la scusa di una domanda riguardo alla musica, sapendo di stuzzicare così l’interesse del Balbi. «Io gli ho detto», narrò la spia agli Inquisitori di stato, «che voglio sentire un mio liuto, ch’io aspetto da Treviso (il quale però io farò hora fabricare), mi ha risposto che lo sentirà volentieri». Ma ecco che Gian Paolo, non sospettando nulla, si lasciò andare a delle confidenze personali, ammaliando l’interlocutore sotto mentite spoglie:

«mi sono trattenuto un’hora in discorso seco; i suoi ragionamenti sono universali, ha fatto viaggi lunghissimi in Parigi, in Amsterdam, in Stoccolma, non è stato a Vienna, è stato diverse volte qui in Venetia, quest’ultima volta dice esser due anni che si trattiene».[x]

Questo incontro fu il primo di molti. Se la confidenza del Balbi permetteva alla spia di ottenere sempre più informazioni, la frequentazione portò anche un risvolto inaspettato: il Prete infatti si fece coinvolgere lentamente dalla vita di Gian Paolo, andando in contrapposizione a ciò che richiedeva il suo ruolo. Così le discussioni con Gian Paolo, partite dalla passione degli strumenti, diventarono sempre più personali e sugli argomenti più disparati. Inoltre il Prete evidenziava sempre più spesso nelle proprie relazioni la sofferenza e il presunto pentimento dimostrato dal congiuratore. Gian Paolo era ritratto come un assiduo frequentatore delle messe nella vicina chiesa di S. Geremia, che cercava di combattere i peccati commessi sia attraverso la misericordia divina che con alcuni passatempi: per la spia, egli provava «un gran dolore, che lo tiene sempre stupido e languido, e che va mitigando con la lettura la sua continua afflitione».[xi]
Mentre il Prete aveva portato avanti la sua attività di spionaggio, erano stati allertati gli assassini deputati ad eliminare Gian Paolo Balbi: due sicari che, per la loro provenienza, erano denominati i Corsi. Secondo il Capitano Gio. Pietro, che guidava i due killer ed era colui che aveva stipulato il contratto con gli Inquisitori di stato, i Corsi erano «huomini di coraggio e ferocia, i quali si partiranno ad ogni cenno»; le uniche richieste fatte erano una guida e «un ritiramento sicuro dopo dell’esecuzione».[xii] Per comprovare la propria “professionalità”, i due assassini inviarono anche un biglietto con la «forma de piccozzini con quali li Corsi hanno da uccidere Gio. Paolo Balbi Ribelle»![xiii] I sicari, giunti nella laguna verso fine maggio, presero contatto con il Prete. La collaborazione tra questi agenti diversi era già stata organizzata: la spia era con molta probabilità quella persona «che avvisi con certezza gli andamenti di Gio. Paolo Balbi» citata nel negoziato dei Corsi e che avrebbe dovuto coadiuvarli nel loro intento. Le comunicazioni che seguirono dimostrano effettivamente questa ipotesi. Il Prete infatti, in un biglietto trasmesso agli assassini, indicò precisamente la via di fuga ideale dopo l’eventuale assassinio:

«Per andar in Tessera s’imbarca alle fondamenta nove, overo alli tragheti di Murano, da Tessera si va a Mestre. Di notte si passa il tragheto di San Felice, e si monta in una barca da Padova, e se è partita di poco si monta in una gondola per arrivarvi. Se è partita di assai si accorda una gondola alli tragheti di Pescaria di rialto, e si fa portare a Lizza Fusina, e poi si va a Padova per terra, se però a Lizza Fusina non si trova più la barca da Padova».[xiv]

A fine giugno i due Corsi entrarono nella città di Venezia per incontrare il Prete e concludere i preparativi per l’assassinio ormai imminente: Gian Paolo Balbi scappava ormai da ben cinque lunghi anni e non c’era più tempo da perdere.
Il Prete e i due Corsi finirono dunque i preparativi. Avendo già concordato l’itinerario della fuga e disponendo delle armi per l’assassinio, gli agenti assoldati da Genova si interrogarono in quale luogo uccidere il congiuratore. Inizialmente la scelta era ricaduta sull’entrata della casa del Balbi, ma la vicinanza ad una zona sorvegliata come la casa dell’ambasciatore e l’assenza di una gondola che avrebbe dovuto favorire la fuga fecero sì che il piano venisse rivisto. Seguendo le informazioni a disposizione sugli spostamenti quotidiani del Balbi, venne circoscritta la zona tra i portici di S. Geremia e il ponte di Cannaregio: Gian Paolo infatti era solito seguire quella via dopo essere uscito di casa. I due sicari avrebbero aspettato nascosti nei pressi e, o dinanzi al ponte o nel carruggetto che seguiva, si sarebbero lanciati sul Balbi per ucciderlo con i picconcini. Il piano era così ultimato.[xv]
Fu in questo momento che successe qualcosa di assolutamente imprevedibile. Il Prete, che era rimasto folgorato dalla frequentazione con il Balbi e dal suo pentimento, ebbe un grande rimorso interiore. Questo sentimento, per quanto possa sembrare incredibile, non è una nota romanzata dell’articolo. Lo stesso Prete raccontò, in una relazione inviata in seguito agli Inquisitori di stato, il travaglio che subì e le conseguenze di questo moto interiore:

«andato a casa, e sentendomi tutto il giorno mancare il cuore non fu più possibile eseguire cosa alcuna, onde ritirato da Dio fui costretto ad andare agl’huomini, e licenziarli, o perché Iddio non habbia voluto che per opera mia fu seguita l’esecutione, o perché la vittima non doveva essere sacrificata».[xvi]

I due Corsi vennero quindi licenziati dall’incarico direttamente dal Prete, che se non altro con la misericordia e l’empatia dimostrata rispettò il suo nome.

Figura 2: Mappa del sestiere di Cannaregio con in evidenza i luoghi più importanti della vicenda.

Ovviamente questo sorprendente rovesciamento danneggiò gli Inquisitori di stato, avvertiti prima il 6 luglio della mancata uccisione e poi avvisati direttamente dal Prete sulle motivazioni che lo spinsero a licenziare i due sicari. Purtroppo non ci è dato sapere la reazione della magistratura genovese di fronte a queste lettere, ma è facile immaginare che gli inquisitori fossero allibiti e infuriati per come si era conclusa la vicenda. Tanto che, in poco tempo, un altro assassino assoldato, tale Papirio Picedi, venne allertato dagli inquisitori per concludere la commissione. Ma mentre si preparava l’ennesima spedizione punitiva, il 6 agosto si sparse la notizia che il Balbi fosse fuggito da Venezia: Gian Paolo non poteva più sopportare quella sensazione di morte che si portava appresso, e tenuto conto anche dei consigli dei suoi informatori decise di tornare nella sicura Amsterdam. Secondo alcune voci, purtroppo non verificabili per l’assenza di fonti precise, il ribelle Gio. Paolo divenne un commerciante di cioccolata e creò una fiorente attività.[xvii] Genova e gli Inquisitori di stato ottennero parte del loro obiettivo; sebbene il Balbi fosse ancora libero, la sua ritirata dagli intrighi veneziani era un’ottima notizia e rappresentava la resa del congiuratore di fronte ai suoi piani di vendetta contro la repubblica. Del resto di Gian Paolo e della sua curiosa figura non si ebbero più notizie e, in mancanza di fonti, si può immaginare che anche il ribelle genovese si fosse deciso a gettare la spugna: meglio essere un cioccolataio vivo che un congiuratore morto.

Articolo di Jacopo Giovannini

Laureato nel Corso Triennale in Storia presso l’Università di Genova con una Tesi intitolata “Vette nere: l’alpinismo nell’immaginario fascista”. Attualmente è iscritto al Corso Magistrale di Scienze Storiche presso l’ateneo genovese.

 

 

 

 

 

 

Note

[i] Nel 1528, infatti, Genova era passata dall’alleanza con i francesi a quella con gli spagnoli, guidata dall’azione di Andrea Doria.

[ii] Cfr. Archivio di stato di Genova, Archivio segreto, 2991. Il piano era rocambolesco: mille fanti francesi sarebbero dovuti sbarcare di notte a Sarzano, una zona di fianco al porto, e imboccare un tunnel sotterraneo scavato dal Balbi che li avrebbe portati in una casa di proprietà del nobile genovese. Ammassati i soldati, l’attacco a sorpresa avrebbe investito i punti nevralgici della città, quali Carignano, le principali porte d’accesso e il Palazzo Ducale.

[iii] Cfr. Archivio di stato di Genova, Archivio segreto, 1572. Il Balbi era stato condannato nel febbraio 1647 a due anni in esilio a Milano, per essere stato uno dei capi della sommossa denominata “mobba dei gentiluomini”, in cui un gruppo di nobili bloccò la votazione per l’ascrizione di alcune famiglie popolari alla nobiltà. Gian Paolo in passato era già stato condannato per altri reati.

[iv] Quella di ingaggiare un assassino per eliminare un personaggio pericoloso per la sicurezza dello stato fu un espediente iniziato dagli Inquisitori di stato veneziani, come viene ben descritto in Romano Canosa, Alle origini delle polizie politiche: Gli inquisitori di stato a Venezia e a Genova, SugarCo Edizioni, Milano 1989.

[v] Cfr. Archivio di stato di Genova, Archivio segreto, 2991. Nei documenti si afferma che il Balbi «va sempre accompagnato da tre» e che il gruppo sia munito di «pistole e carabbine».

[vi] Cfr. Archivio di stato di Genova, Archivio segreto, 2991.

[vii] Ibidem.

[viii] Ibidem.

[ix] Ibidem.

[x] Ibidem.

[xi] Ibidem.

[xii] Ibidem.

[xiii] Ibidem.

[xiv] Ibidem.

[xv] Ibidem.

[xvi] Ibidem.

[xvii] Cfr. Carlo Bitossi, op. cit., p. 521. Non vengono però specificate le fonti primarie.

Fonti Archivistiche

Archivio di stato di Genova, Archivio segreto, 1572.

Archivio di stato di Genova, Archivio segreto, 2991.

Bibliografia

BITOSSI, Carlo, Il granello di sabbia e i piatti della bilancia. Note sulla politica genovese nella crisi del sistema imperiale ispano-asburgico, 1640-1660, in Manuel Herrero Sánchez, Yasmina Rocío Ben Yessef Garfia, Carlo Bitossi, Dino Puncuh (a cura di), Génova y la Monarquía Hispánica (1528-1713), Società ligure di storia patria, Genova.

CANOSA, Romano, Alle origini delle polizie politiche: Gli inquisitori di stato a Venezia e a Genova, SugarCo Edizioni, Milano 1989.

GRENDI, Edoardo, L’ascesa dei Balbi genovesi e la congiura di Gio Paolo, in Quaderni storici, Il Mulino, 1993.

PIZZORNO, Diego, La cura del «serviggio pubblico».Gli Inquisitori di Stato a Genova: il percorso ordinario di una magistratura straordinaria, in E. Pelleriti (a cura di), “Per una ricognizione degli ‘stati d’eccezione’. Emergenze, ordine pubblico e apparati di polizia in Europa: le esperienze nazionali (secc. XVII-XX)”, Rubbettino, Soveria Mannelli 2015.

 

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