Filosofia

Parole e differenze di Genere

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December 18, 2020

“ANTIGONE: E perché indugi? Delle tue parole nulla mi piace, e non mi piaccia mai! Così tu non approvi le mie idee. Eppure, donde mai potevo trarre una fama più splendida di gloria, che dando sepoltura a mio fratello? Tutti m’ approverebbero, se a tutti non chiudesse la bocca la paura.

Il vantaggio, fra i tanti, del tiranno è poter fare e dire ciò che vuole.”

(Sofocle- Antigone)

La parola può essere tagliente, può essere delicata; è poetica, potente, ricercata, scurrile. Qualunque tipo di freccia si scelga di scagliare, la parola è tesa a un bersaglio, che colpisce, inevitabilmente. Sul campo calpestato da arcieri diversi, ognuno con le proprie abilità, con singolari esperienze, la neutralità del linguaggio, per quanto ambita, è certamente complessa da ottenere. Perciò il linguaggio è oggetto di ricerca e, soprattutto nel corso del Novecento, ha avuto ruolo centrale in una filosofia intenta ad analizzare e ordinare i meccanismi generali della comunicazione. Tradizionalmente lo studio del linguaggio si divide in tre discipline: sintassi, semantica e pragmatica. La prima indaga come le espressioni linguistiche si combinano da un punto di vista strettamente grammaticale; la seconda si occupa del significato, analizzando la relazione tra espressioni linguistiche e oggetti del mondo. La pragmatica, infine, si concentra sulle relazioni fra segni e parlanti, osservando come un parlante si serva di un apparato sintattico e semantico all’interno di una data situazione comunicativa. Per quanto la semantica abbia occupato un prestigioso luogo nel dibattito filosofico, alla ricerca di un linguaggio ordinato, spiegato formalmente, ad un certo punto essa è risultata eccessivamente ideale, colpevole di astrarre i parlanti da ogni particolarità sociale e culturale. La pragmatica si inserisce allora come modello più completo, essendo il linguaggio sempre intercalato in contesti concreti, usato da soggetti in carne e ossa, dotati di etnia, classe, orientamento sessuale, religione, genere.

Una riflessione femminista

Le studiose femministe hanno rivolto particolare attenzione al legame fra linguaggio e identità di genere, cercando le risposte a frequenti interrogativi che ricorrono sul tema: donne e uomini parlano in modi diversi? Il linguaggio è complice della disuguaglianza di genere? È veramente possibile trovare una soluzione per correggere un linguaggio sessista?

Ecco alcune risposte date dalla tradizione femminista alle suddette domande.

  • Modello del deficit

Robin Lakoff inaugurò per prima gli studi femministi su linguaggio e genere pubblicando nel 1972 un articolo intitolato Language And Woman’s Place. Il testo generò un gran clamore dividendo chi riteneva banale l’intero argomento, ennesima manifestazione ridicola di una “paranoia femminista” e coloro che, per lo più donne, presero spunto per impegnarsi con gli argomenti e le questioni che Lakoff aveva avanzato.

L’articolo sosteneva che le donne hanno un modo di parlare diverso dagli uomini, specchio di una posizione subordinata nella società: il loro è un linguaggio timido, remissivo e banale, caratterizzato da tratti lessicali quali aggettivi affettivi, forme di cortesia, espressioni particolari (come l’uso di intensificatori quali “davvero”), infine da toni sempre interrogativi usati anche per affermare, peculiarità che le squalificano da posizioni di potere e autorità. Il linguaggio stesso diviene perciò strumento di oppressione, parte dell’apprendimento dell’essere donna, imposto alle donne da norme sociali, garante di un ordine che vede le donne “al proprio posto”. Quello proposto da Lakoff è denominato modello del deficit e osserva come le donne siano svantaggiate come utenti del linguaggio, non tuttavia per una differenza naturale, bensì per colpa di una condizione sociale sessista. L’indagine proposta da Lakoff si concentra proprio sull’investigazione delle aspettative culturali che influenzano gli usi linguistici. Il limite del suo modello sta nella mancanza di una proposta risolutiva concreta, sebbene l’esame degli aspetti ideologici che concernono il linguaggio siano risultati fondamentali per le ricerche e pubblicazioni successive.

Lakoff lasciò dunque un dibattito aperto: da una parte si trattava di mettere alla prova empirica le sue affermazioni linguistiche.  Dall’altra iniziavano le discussioni riguardo i punti chiave della sua tesi:

1) Le differenze nel discorso delle donne e degli uomini sono il risultato di un dominio maschile.
2) Le donne e gli uomini parlano in modo diverso.

Negli anni successivi queste due rivendicazioni diedero adito a due paradigmi visti spesso come opposti, nonché conflittuali: da un lato il modello del dominio, dall’altro il modello della differenza.

  • Modello del dominio

Le femministe legate a questo modello sostenevano che le differenze tra il discorso delle donne e quello degli uomini nascano a causa del dominio maschile sulle donne e persistano per mantenere le donne subordinate agli uomini. L’osservazione non è errata, viene tuttavia proposta in maniera fin troppo radicale: il linguaggio incarnerebbe una visione maschile del mondo che elude qualunque altro tipo di visione alternativa. È una tesi particolarmente determinista inaugurata da Dale Spender nel suo lavoro Man Made Language del 1980, che spiega come la nostra immagine della realtà sia determinata e non semplicemente riflessa dalle strutture del linguaggio parlato. Ne sono un esempio termini associati all’esperienza delle donne in ambito sessuale e lavorativo. “Maternità” è una parola che fa riferimento a una qualità essenziale per la donna; o ancora nella definizione di “lavoro” si esclude totalmente quello domestico. Ulteriore esempio che evidenzia la mentalità maschile come dominante riguarda i pronomi plurali neutri, sempre e solamente declinati al maschile, o ancora la stessa nozione di “uomo” vista come sinonimo di “umanità” complessiva. La domanda critica che emerge dal modello rimane tuttavia: in un quadro simile è possibile realizzare una qualche riforma di linguaggio? Il modello del dominio parrebbe estremamente monolitico e proporrebbe un immobilismo politico dove le donne non sarebbero nemmeno in grado di promuovere il cambiamento. Se è vero che il punto di vista femminile non viene preso in considerazione in determinati contesti risulterebbe allora che le donne non possono far altro che ridursi al silenzio. Affermare ciò è tanto più grave poiché in quanto discorsi a valenza normativa è essenziale intervenire per rimuovere l’oppressione dal linguaggio rinominando e dando ordine all’esperienza.

I lavori di Lakoff e Spender risulteranno fondamentali per l’avvicinarsi del pubblico femminile alle tematiche, portando a galla per la prima volta un’evidente ingiustizia da combattere, la quale non si rivolge soltanto alla categoria biologica di sesso ma a quella sociale di genere: le differenze di genere accordano a donne e uomini diversi diritti alla parola. Il problema non riguarda soltanto il linguaggio, ma un discorso più ampio di meccanismi di potere.

  • Modello della differenza

Il modello della differenza propone che le donne e gli uomini parlino in modo diverso a causa di differenze fondamentali nel loro rapporto con la loro lingua, causate probabilmente da una diversa socializzazione ed esperienze di vita quotidiana. Deborah Tannen nel suo articolo You Just Don’t Understand: Women and Men in Conversation (1990) sosteneva proprio che ragazze e ragazzi vivano in sottoculture differenti, analogamente a sottoculture distinte associate a classe o etnie diverse. Di conseguenza, crescono adottando stili conversazionali diversi. Le donne userebbero uno stile cooperativo e teso a stabilire relazioni interpersonali, gli uomini invece uno stile competitivo, concentrato sui fatti e non sui sentimenti; donne e uomini sarebbero dunque “equal but different”. La lettura, molto diffusa a livello popolare, risulta tuttavia fin troppo semplicistica. Essa enfatizzando le differenze consente di ignorarne cause e conseguenze, focalizzandosi su un’analisi individuale piuttosto che sociale e togliendo agli uomini la responsabilità per i comportamenti di dominio, i quali risultano non intenzionali ma derivanti dal loro ruolo. Le stesse differenze inoltre vengono amplificate, così come la separazione fra i sessi, quando nella realtà tutti sono in grado di adattare il registro conversazionale a circostanze diverse.

  • Modello dinamico

Le sostenitrici del modello della differenza da una parte e del modello del dominio dall’altra si trovarono in posizioni opposte. Si iniziava a cogliere la necessità di un nuovo modello che rispondesse alle domande sul linguaggio e genere non in termini di differenza-dominio bensì a un livello più esaustivo. Se l’approccio deterministico risultava poco elastico e sofisticato di fronte alla diversità di contesti conversazionali, quello sulle differenze pareva ingenuo e poco consapevole di una realtà maschile dominante. Ciò che mancava era una analisi contestualizzata: chi è il parlante e chi il destinatario? Per quali scopi avviene una conversazione? La gente parla a casa come al lavoro?

Altro fattore importante che non si poteva più ignorare riguardava le notevoli differenze che emergevano all’interno di ciascun gruppo di genere. Differenze che erano state tanto enfatizzate da spostare l’attenzione dalla ricerca di ciò che è comune a uomini e donne agli interrogativi sulla loro diversità e divisione.
La faccenda risulta in generale più complessa: come strutturare davvero la diversità di genere?

In risposta a queste domande nacque un modello dinamico e performativo secondo il quale gli individui non hanno identità di genere prefissate e classificate in opposizioni binarie. Il genere non è una proprietà che possediamo, bensì qualcosa che facciamo.
Il linguaggio, proprio nella sua dimensione performativa, ha un ruolo centrale nella costruzione della identità di genere.

La svolta performativa mise in discussione categorie di genere familiari come quelli di “donna” o “uomo”, esplorando la varietà di modi in cui le performance linguistiche si relazionano alla costruzione di identità di genere convenzionali e identità che in un modo o nell’altro sfidano tali convenzioni. In questo senso oltre a separare i concetti di “maschile” e “femminile” da quelli di “uomo” e “donna” anche gli usi linguistici delle persone transgender iniziarono a diventare di particolare interesse.

Pragmatica e femminismo

Il discorso femminista si è facilmente intrecciato con la pragmatica del linguaggio, specialmente in seguito alla proposta del modello dinamico. Diverse sono state le ricercatrici che hanno adottato un impianto teorico Griciano oppure Austiniano per esporre i propri argomenti.

  • Fare cose con le parole

John Austin (1911-1960) e Paul Grice (1913- 1988) sono considerati i maggiori rappresentanti della filosofia del linguaggio pragmatica che, come accennato nell’introduzione, tiene conto non tanto del senso semantico di un enunciato, di ciò che è detto, ma di cosa un enunciato intende comunicare, considerando l’insieme di credenze, desideri e scopi degli interlocutori coinvolti.

Ad Austin va il merito di aver introdotto per primo la distinzione tra enunciati constatativi e performativi, espressioni che non descrivono ma compiono un’azione. Da questa distinzione ne consegue la sua teoria degli atti linguistici, la quale scompone il senso di un enunciato in tre livelli:

  1. Atto locutorio: atto di dire qualcosa (include gli aspetti fonetici, sintattici e semantici).
  2. Atto illocutorio: atto che si compie nel dire qualcosa (come asserzioni, domande, ordini…).
  3. Atto perlocutorio: atto che si compie col dire qualcosa (ovvero le conseguenze non convenzionali dell’atto pronunciato).

Filosoficamente parlando il livello più interessante da approfondire è quello illocutorio, poiché proprio in esso la frase custodisce il suo valore performativo. L’illocuzione esprime una forza determinata dalle caratteristiche del verbo performativo usato; attraverso questa forza il mittente esprime la volontà di ricezione del suo messaggio al destinatario. Se questa avviene con successo (cosa che il mittente deve assicurarsi di fare accertando l’avvenuta ricezione) si manifestano le adeguate condizioni di felicità dell’atto. In caso contrario l’atto stesso fallisce.

A Paul Grice si deve attribuire la distinzione tra significato esplicito ed implicito delle parole impiegate in una conversazione, tra fatti che riguardano la conoscenza del linguaggio e fatti che concernano la natura delle interazioni umane. Secondo Grice nelle intenzioni verbali comunichiamo molto più di quanto non diciamo esplicitamente. Egli definisce dunque implicature le proposizioni che possono essere trasmesse in un enunciato senza essere parte del suo significato letterale. Esiste una differenza tra significato convenzionale dell’espressione e significato del parlante, e proprio in quest’ultima nozione è possibile ancora distinguere ciò che il parlante P dice proferendo un enunciato e ciò che ha implicato proferendolo in una data occasione.

  • Philosophy of Language for Normative Ethics

Tra i lavori noti per aver approfondito un impianto pragmatico in grado di spiegare le differenze di genere nascoste nel linguaggio si riporta l’importante contributo della professoressa Sally McConnell-Ginet, presentandone le tesi contenute nel saggio Language, Gender, and Sexuality.[1]

Why Might We Care?” chiede McConnell in apertura al testo: perché la connessione tra linguaggio, genere e sessualità sono fondamentali questioni di un discorso non esclusivamente formale ma ancor prima morale; le ingiustizie sociali causate dalle differenze di sesso, orientamento sessuale o di genere sono purtroppo all’ordine del giorno, più radicate nella dimensione linguistica di quello che si potrebbe immaginare. La lingua si relaziona al potere, al privilegio, al benessere delle persone facenti parte di una comunità, soprattutto si relaziona ad un impianto cognitivo consolidato nel mind-set delle persone.
Come si è precedentemente affermato la lingua non si limita a riflettere ma è attiva, per questo le sue pratiche intrecciate con quelle sociali, sia a livello locale che a livello globale-istituzionale, manifestano un impianto ideologico forte.

Le ingiustizie discorsive intervengono a volte direttamente o rafforzando gli stereotipi che le sostengono, altre volte ancora appartengono a contenuti impliciti comunicati da un parlante. Tra le ingiustizie si annoverano epiteti denigratori, slurs e implicature che McConnell riporta d’esempio rifacendosi alla distinzione griciana tra linguaggio esplicito ed implicito.

  • Frecce del linguaggio d’odio: epiteti e slurs

Epiteti e slurs sono espressioni dispregiative che non si limitano ad esprimere ostilità, ma le mettono in atto, offendono una persona in quanto appartenente a un gruppo target, tipicamente identificato in base a ragioni etniche, provenienza geografica, orientamento sessuale, credenze religiose.

È possibile raccogliere molteplici termini associati al femminile spesso utilizzati con intenti offensivi da uomini che rimarcano tra loro comportamenti maschili poco virili. Gli uomini sono soliti attaccarsi con parole quali “ragazzina”, “signorina”, “femminuccia”. La parola inglese “bitch” assume un diverso significato se riferita a uomini o donne; il termine, associato di norma alla sfera descrittiva femminile, può significare “stronzo” se rivolto ad un uomo, “cagna” se indirizzato alla donna, con una evidente affermazione di dominio e controllo sessuale sul destinatario. Questi casi di asimmetria presenti nel potenziale insulto di termini che designano donne e uomini sono collegati al fenomeno generale che equipara la condizione umana normale alla mascolinità.

Si è spesso cercato di comprendere come slurs ed epiteti risultino armi tanto taglienti da ferire non solo se rivolti direttamente ad un individuo ma anche in assenza fisica del target, pronunciati in contesti non necessariamente aggressivi; ipotizzare che poggino su contenuti negativi cristallizzati in un background culturale aiuta forse a  spiegare perché anche se non usati in presenza fisica dei loro obiettivi possano comunque avere potere, dal momento che disegnano all’interno di una norma atteggiamenti fortemente negativi, trattati come default che il parlante presume siano condivisi da tutti coloro che non fanno parte del gruppo target. Succede allora, per esempio, che utilizzando la parola “frocio”, per attaccare un individuo omosessuale, l’offesa avvenga anche in assenza di un destinatario preciso e anche se il parlante può non conoscere lo sfondo storico-culturale presente dietro l’uso di quel termine (accade per esempio quando a pronunciare la parola è un bambino nei confronti di un suo compagno; questo lo ferisce pur non rendendosi conto della gravità dell’offesa detta).

  • Corda dell’arco: gli stereotipi

La discussione inserita non solo nella comprensione di espliciti ma anche e specialmente in ingiustizie discorsive implicite va oltre la divisione griceiana di significato dell’espressione e significato del parlante. Mentre elaborano le parole pronunciate, i destinatari fanno regolarmente inferenze e costruiscono rappresentazioni cognitive, spesso non a livello conscio; le inferenze contribuiscono ad una certa comprensione del discorso alla quale si aggiungono contenuti di comprensione del significato linguisticamente trasmessi o comunicati implicitamente.

Cause di condizioni di felicità o infelicità legate a inferenze sono come detto da rinvenire nella forza illocutoria di un enunciato. Nella comunicazione la ricezione di ciò che si vuole trasmettere è fondamentale quanto il modo col quale una particolare sentenza viene formulata, in base al contesto e al destinatario che si ha di fronte. Un parlante deve sempre assicurarsi che l’uditore condivida il medesimo background cognitivo, o comunque ricordare che parlare significa rivolgersi a qualcuno; oltre ad essere chiaro il parlante è obbligato ad ascoltare e capire le risposte date dall’interlocutore.

Parlando di genere questo tipo di comunicazione e attenzione non avvengono: le donne sono considerate utenti inferiori del linguaggio, tanto che non solo ciò che pronunciano viene inteso erroneamente ma spesso a queste si vieta qualsiasi intervento, o ancora, il loro uptake non viene proprio ricevuto, riducendole al silenzio. Un’analisi condotta da Lakoff proprio su questa particolare mossa comunicativa viene presa in considerazione da Claudia Bianchi come possibile tentativo di integrare i quattro modelli (deficit, differenza, dominio, dinamico). Secondo Lakoff è possibile identificare quattro modalità per ridurre al silenzio:

  1. Interruzioni: secondo alcuni studi gli uomini spesso interrompono le conversazioni delle donne.
  2. Controllo degli argomenti della conversazione: gli uomini non raccolgono gli argomenti di conversazione delle donne.
  • Mancanza di risposta o di seguito adeguati: un modo di ridurre al silenzio è farlo attraverso il silenzio, evitando di rispondere all’intervento della donna.
  1. Controllo interpretativo: alle donne viene dato diritto alla parola ma negato il controllo sul significato di ciò che dicono. Accade spesso che quando un dirigente uomo impartisce un ordine questo venga visto come un obbligo. Se invece è una donna a farlo esso viene inteso come richiesta.

Si nota come i modelli si intreccino: ai primi tre punti si riferiscono modello del deficit e della differenza. Al quarto si lega sia il modello di dominio maschile che la tesi di costruzione discorsiva di nozioni e di realtà, tipiche di un modello performativo.

Al di là degli approcci teorici, tutt’oggi in discussione, la preoccupazione reale emerge non solo dagli studi ma anche da esami empirici raccolti sulle differenze del linguaggio, che evidenziano un preoccupante dominio di stereotipi.

“Gli stereotipi svolgono il ruolo di un dispositivo di organizzazione della società, una mappa ideologica che definisce il ventaglio di possibilità in cui ci possiamo collocare e da cui possiamo valutare gli altri”. (Eckert e McConnell – Ginet).

Ciononostante la maggior parte delle ricerche assumono gli stereotipi come oggetti di un’indagine, non come prototipi che definiscono una norma.

Dinamiche di un cambiamento linguistico

Assumere un atteggiamento appropriato nei confronti degli stereotipi significa innanzitutto cogliere il legame profondo tra linguaggio e società, ovviamente grazie ad un approccio pragmatico.

Marina Sbisà affronta la questione di petto all’interno del suo articolo Il genere tra stereotipi e impliciti. Riguardo il genere chiarisce quanta difficoltà ancora si riscontri nella ricerca di soluzioni da adottare per ridurre le asimmetrie. Sicuramente un buon punto di partenza può essere riflettere sulle dinamiche del cambiamento linguistico, dal momento che la lingua è luogo di oppressione delle donne. Cambiare forzatamente delle parole, come cercare di trovare il relativo femminile di certi nomi designanti professioni, oppure formare neologismi o ricorrere a segni non alfabetici (come asterisco o “a” commerciale) per creare una parità o neutralità, non agisce automaticamente sui modelli di genere né sul modo in cui la società li usa. Ciò che conta è il risultato dei cambiamenti nella vita reale, questo non esclude certamente una metamorfosi linguistica, che avviene però a livello molto profondo e graduale. La questione è calda e fonte di discussione: è la lingua a cambiare la società o la società cambia la lingua? Le due cose sono fortemente intrecciate in una sorta di influenza circolare.

“Dall’uso del linguaggio può quindi venire non solo (mediante la variabilità linguistica) l’occasione di fare scelte nella direzione di una trasformazione della lingua, ma anche l’esigenza di trasformare la lingua per adattarla alla trasformazione delle sue funzioni, dei suoi contenuti, e del suo contesto di riferimento.”[2]

Nel caso della “questione femminile”, basti solo pensare che la possibilità che le donne prendano parola è una novità assolutamente recente. La novità porta alla ricerca di nuove regole, ma lo stabilirsi di un nuovo uso non produce certo immediata accessibilità per le donne a, per esempio, cariche dirigenziali; nuovi termini possono essere introdotti perché rispecchiano e ufficializzano la tendenza della società ad andare in una determinata direzione.

  • Combattere gli impliciti

Un compito importante da assumere secondo Sbisà è l’attenzione a un aspetto del linguaggio nel quale l’inerzia degli stereotipi si fa sentire in modo particolare. Si tratta di impliciti e implicature, ciò che usando il linguaggio comunichiamo implicitamente.

“Gli impliciti si trasmettono attraverso un sottile ricatto: solo se li accetti, sia pure provvisoriamente, puoi entrare a far parte della conversazione, dello scambio linguistico (comunque mediato) in atto.”[3]

Nel testo Detto Non Detto: Le Forme Della Comunicazione Implicita, Sbisà delinea delle possibili soluzioni per studiare i presupposti dietro gli impliciti, riconoscerli, stanarli e formularli esplicitamente. Parafrase è un modo

ottimale per farlo, cioè riflettere e spiegare ciò che una determinata scelta linguistica comporta a livello conversazionale e sociale. Ne propone un esempio raccontando un aneddoto spesso utilizzato in indagini di genere linguistiche:

“Un uomo è in macchina con la figlia, avviene un incidente, l’uomo muore sul colpo, la figlia è ferita gravemente e viene portata d’urgenza in ospedale. Viene preparata la sala operatoria, arriva il chirurgo di turno, ma esclama: ‘Non posso operarla, è mia figlia’. Come spiegate questa affermazione, tenendo conto che è vera e che anche tutto quello che vi abbiamo raccontato è vero?”

Raramente la risposta che viene data alla domanda è che il chirurgo sia la madre anche nel caso in cui il quesito venga posto in inglese, dove non c’è l’articolo maschile a condizionare la risposta. La scelta maschile evidenzia un chiaro stereotipo: una donna non può praticare una simile professione. Parafrasare, sviscerare l’implicito, in questo caso, significa comprendere quanto l’assunzione dell’implicito maschile sia del tutto inutile, dal momento in cui considerando non la persona ma il ruolo che l’individuo copre non si dovrebbe porre il problema del genere al quale la professione si riferisce. Del resto è però ampia la discussione circa la ricerca al femminile dei nomi di professione: è necessario rendersi conto che il periodo storico attuale è aperto a nuove possibilità, in continuo e delicato mutamento, per questo imporre nuove idee non è certo la soluzione migliore. La scelta di un termine inedito e inusuale deve essere sempre appropriata e argomentata. È il caso di alcuni termini quali la presidente, che recentemente si affianca al solito “il” presidente. “Presidente” appartiene a quel gruppo di termini definiti di “genere comune”, poiché derivato dal participio presente latino del verbo, perciò si applica ad esso la regola dell’invarianza, mantenendo la stessa forma sia al maschile che al femminile, prevedendo soltanto il cambio dell’articolo. Stessa cosa vale per altri nomi come la/il docente, la/lo studente (anche se nel caso è d’uso comune il suffisso -essa da tempo stabilizzatosi). Nonostante si parli di correttezza grammaticale spesso un pubblico ignorante tende a polemizzare circa l’introduzione di questi “intrusi” definendoli cacofonici o non adeguati.
Il punto è che la lingua è qualcosa che va al di là di pretese popolari o accademiche: essa è viva e conoscerla per mantenerla in salute è un compito sociale che può avvenire grazie alla capacità di adattamento, non indolore ma necessario.

La lingua è fatta dei suoi parlanti ed è così che tutto ciò che viene usato da un numero abbastanza ampio di persone per un periodo abbastanza lungo può diventare una norma. Una norma ha pur sempre una natura ambigua che sta nel mezzo tra prescrizione e descrizione, corrispondente a ciò che viene percepito come più giusto in uno specifico momento storico e culturale. Non è certamente monolitica e immutabile ma complessa e mutevole, e i suoi cambiamenti sono piuttosto lenti. Occorre trovare il non facile equilibrio tra norma e uso, tra irrigidimento dogmatico e acritico e il cedere a nuove forme linguistiche inutilmente inventate. L’equilibrio è possibile soltanto esercitando una mente critica e riflessiva. Sbisà propone un cambiamento che dovrebbe partire per questo motivo a livello educativo-scolastico: esercitare alla parafrasi e alla comprensione dell’implicito è fondamentale perché ci si abitui a prestare la massima attenzione a ciò che si legge, si scrive, si dice.

La scuola dovrebbe innanzitutto insegnare ai parlanti ad essere rispettosi: sia perché parlare significa rivolgersi a qualcun altro, sia perché il generale cambiamento avviene ascoltando e imparando. Bisogna essere utenti del linguaggio svegli e curiosi, poiché ogni lingua è di chi parla. Più si legge, più cultura e parole si conoscono: questo permette di inserire maggiori frecce nell’arco espressivo, consentendo di usare dardi diretti ma delicati, precisi e corretti, che non solo rendano espliciti impliciti e stereotipi ma siano anche in grado di neutralizzarli, evitando il sorgere di impliciti che confermano pregiudizi, veicolando al loro posto impliciti inediti.

La riforma parte da un cambiamento di mentalità, che sia indirizzato al rispetto e alla solidarietà. Questo potrebbe davvero abbattere ogni dicotomia o pregiudizio esistente. Il nuovo, nella sua diversità, non è da temere; necessario è semmai risaltarne la ricchezza, abbattendo ogni genere di ingiustizia o forma d’odio. Questa apertura potrebbe rappresentare una concreta soluzione alla ricerca di un linguaggio che divenga maggiormente inclusivo, nei confronti del genere e di altre ingiustizie sociali che potranno così svanire.

“EMONE: (…) Ebbene, non portare in te quest’abito mentale, e basta, credendo che giusto sia quello che tu dici e il resto no. Chi ritiene d’avere lui soltanto il senno oppure una fecondìa, un’anima preclusa ad altri, se lo smonti e guardi dentro, c’è il vuoto. Che un uomo, sia pure un saggio, apprenda molte cose ed eviti punte caparbie, non è certo cosa che rechi disonore. (…) anche imparare è bello, da coloro che tengono discorsi ragionevoli.”
(Sofocle- Antigone)

Articolo di Annalisa Mazzolari

Laureata alla triennale di Filosofia presso l’Università degli studi di Trento, prosegue con il biennio magistrale a Milano. Oltre alla filosofia coltiva la passione per la musica: diplomata all’ottavo anno di pianoforte presso il Conservatorio di Brescia e in canto lirico presso il Conservatorio di Bergamo.

 

 

 

 

 

Note

[1] Capitolo 6.4.1 del testo Graff Fara D., Russel G, The Routledge Companion To Philosophy Of Language, New York, Routledge, 2012

[2] Sbisà M., Il Genere Tra Stereotipi E Impliciti, in corso di pubblicazione in: S. Adamo, G. Zanfabro, a cura di, Non esiste solo il maschile. Teorie e pratiche per un linguaggio non discriminatorio, Trieste, EUT, 2018.

[3] Ibidem

Bibliografia

  • Bianchi C., Pragmatica del linguaggio, Roma-Bari, Laterza, 2003, capitoli 1,3.
  • Bianchi C., Pragmatica cognitiva. I meccanismi della comunicazione, Roma-Bari, Laterza, 2009, capitolo 1.
  • Eckert P. & McConnell-Ginet S., Language and Gender, Cambridge University, 2003, capitolo 4.
  • Gheno V., Potere alle parole. Perché usarle meglio, Torino, Einaudi, 2019.
  • Graff Fara D., Russel G, The Routledge Companion to Philosophy of Language, New York, Routledge, 2012, pp. 741-753.
  • Sbisà M., Detto non detto. Le forme della comunicazione implicita, Bari, Laterza, 2007, capitoli 5,6.
  • Sbisà M., Il Genere Tra Stereotipi E Impliciti, in corso di pubblicazione in: S. Adamo, G. Zanfabro, a cura di, Non esiste solo il maschile. Teorie e pratiche per un linguaggio non discriminatorio, Trieste, EUT, 2018.
  • Vassallo N., Donna M’apparve, Torino, Codice Edizioni, 2009, capitolo 5 La parola di C. Bianchi.

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