Narrativa

Gli errori grammaticali più diffusi nel WEB

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January 26, 2021

Come scrivere un post di Facebook corretto dall’inizio alla fine

Sì, lo so cosa state pensando: ecco l’ennesimo invasato che auspica un ritorno al cartaceo puro. Perché ciò che comunemente si pensa è che sia colpa del web la scorrettezza grammaticale che si sta diffondendo a macchia d’olio nel nostro paese. Ma siamo proprio sicuri che sia così? A mio avviso, i social network, i blog, le pagine in rete non hanno avuto altre responsabilità che rivelare tale scorrettezza. Prima degli anni ’90, infatti, chi scriveva per un pubblico era uno scrittore di professione: romanzieri, giornalisti e chi più ne ha più ne metta. Tutti coloro che svolgevano altre professioni non avevano né modo né occasione per poter mettere alla prova la propria scrittura. Ma con la nascita del web e con la diffusione capillare dei cellulari tutto cambia: chiunque può scrivere e grazie alla condizione di uguaglianza che vige in rete vien meno una forma di autorità, al punto che qualsiasi post o recensione può essere presa come oro colato da chi legge. Il rovescio della medaglia, ovviamente, pare che sia sempre più difficile discernere tra la moltitudine di testi che troviamo sul web e capire quali effettivamente dicano il vero e quali siano “bufale”, o per usare il termine odierno, fake news.

Ma non siamo qui per parlare di questo. Quello che state leggendo, infatti, finirà in rete.

L’obiettivo di questo articolo è invece analizzare gli errori più frequenti che troviamo nel web, in particolare sui social ma non solo. Non so se ci avete fatto caso, ma durante la prima quarantena (per i più anglofili, lockdown) tantissime persone si sono trovate chiuse in casa con uno smartphone, del tempo libero e tante cose da dire agli amici virtuali. Gli esiti sono stati disastrosi.

Non riporteremo qui ogni singolo post che mi ha fatto rizzare i capelli, sia per questione di privacy sia perché credo che ognuno di noi abbia trovato tali post sulla propria Bacheca. Perciò, cominciamo.

La acca

La acca è un po’ come la pasqua: quando arriva arriva. Quando sorge il bisogno impellente di posizionare una acca prima di una “o” o di una “a”, ognuno di noi non può fare altro che assecondarlo. Lo stesso accade quando tale bisogno è di togliere la acca. Perciò, ogni due o tre post, ci imbattiamo in frasi del tipo:

“Questa mattina o fatto la coda al supermercato di due ore” o peggio “Cosa mi consigliate, pizza ho sushi questa sera?”.

La regola della acca è una delle più difficili da apprendere quando si è bambini e se non si impara alle elementari il dubbio sul suo uso rimarrà a vita. In modo molto riassuntivo, possiamo dire che quando la “o” o la “a” significano “avere” bisogna mettere la acca, in tutti gli altri casi no. Se facilita il compito si può provare a sostituire “ho/o” o “ha/a” o “hanno/anno” con il verbo avere: se la frase ha senso, bisogna usare la acca.

(per esempio: “Io ho una bicicletta”-> “io avere una bicicletta”. Ma “Vado a teatro” non diventa “vado avere teatro”).

La maestra diceva sempre “Ato, ito e uto l’acca ha sempre avuto, con are ere e ire l’acca va a dormire”.

Gli apostrofi, questi sconosciuti

Mettere l’apostrofo è come tirare una moneta: hai il 50% di possibilità di indovinarlo. E ci sono più probabilità di azzeccare la regola di quante ce ne siano se ci scervelliamo per ricordarcela. Tuttavia, quando la sorte non è dalla parte di chi scrive, chi legge si trova davanti ad esempio a:

“Un’altro anno è passato oppure “Un amica è venuta a trovarmi”.

E qui non c’entra nulla il patriarcato: il maschile possiede due articoli indeterminativi (un, uno), mentre il femminile uno solo (una), pertanto un’ si usa solamente al femminile, perché significa che la “a” è caduta per rendere più fluida la lettura (es: “una amica “diventa “un’amica”, ma “un amico” rimane “un amico”, perché il maschile possiede l’articolo un).

Per riassumere, l’apostrofo si usa solo al femminile.

Ci sono un po’ di nutrie nel Po

C’è sempre una gran confusione quando si tratta di distinguere tra apostrofo, accento o nessuno dei due. Vediamo qualche esempio:

Esistono due omonimi di Po: Po’ e Po. Se vi hanno detto che ne esiste un terzo, pò, vi hanno mentito.

La sillaba Po senza apostrofi, accenti o qualsiasi segno vogliate metterci indica il famoso fiume del nord Italia. E basta.

Se alla “o” aggiungete un accento, avete appena commesso un errore grammaticale ().

Se alla “o” aggiungete un apostrofo (po’), state indicando che ciò di cui state parlando è di esigua quantità. La forma “po’” infatti indica l’elisione di “poco”, proprio come abbiamo visto per l’apostrofo femminile. È infatti compito dell’apostrofo segnalare un’elisione, ovvero la caduta di una o più lettere alla fine di una parola.

Ecco perché esistono due omonimi anche di Fa:

-“Marco fa la spesa”-> Marco sta compiendo un’azione

-“Marco, fa’ la spesa”-> “Marco, ti ho detto di fare la spesa!”. Qui, l’apostrofo indica la caduta della “c” in fac, la forma latina dell’imperativo presente, seconda persona.

Ed ecco perché esistono tre omonimi di Da:

-“Marco dà lezioni di piano”-> Marco insegna a suonare il piano

-“Marco va a piedi da Mario”-> Marco cammina fino alla casa del suo amico Mario

-“Marco, da’ lezioni di piano”-> “Su Marco, fai qualcosa della tua vita, insegna pianoforte!”

Questo perché da, senza nulla, indica la preposizione semplice; indica la seconda persona singolare del verbo dare e l’accento serve per diversificare il verbo dalla preposizione semplice; da’ indica invece l’elisione della “c” in dai.

La virgola e la suddivisione in frasi

Spesso ci ritroviamo a dover leggere frasi senza riprendere fiato e a rileggerle per capire cosa ci sia scritto. Per esempio:

“Ora con la zona rossa non possiamo più uscire ma, cosa aspettano a riaprire tutto sono degli incompetenti non approvo quello che fanno guardate la Francia loro sì che sanno cosa, fanno ecco”.

A differenza della “h” e degli apostrofi non esiste una regola ferrea per la suddivisione in frasi e per il posizionamento della virgola. Se non si conoscono le regole base (come “mai mettere la virgola dopo il soggetto” oppure “niente virgola dopo la “e” a meno che non sia un inciso”) basta andare a senso: se rileggendo a voce alta quanto ho scritto sento che mi interrompo in determinati punti, lì ci vuole la virgola.

Per i più pignoli: le maiuscole

Se sentite un certo fastidio quando leggete una frase del tipo “questa sera io e mia moglie abbiamo fatto la pizza. è venuta buonissima” significa che siete dei pignoli (come me) e che vi state trattenendo dal rispondere al post con “sabato prossimo invece corso di italiano”.

A discolpa degli autori di questi post possiamo dire che l’utilizzo della messaggistica ha reso più labile il confine tra maiuscola e minuscola, perché spesso e volentieri non si scrive un singolo messaggio quando si esprime un concetto, ma più di uno (c’è a chi piace pensare che il telefono dell’amico prenderà vita quando riceverà 10 messaggi da 3 parole ognuno), pertanto non esiste più la suddivisione in frasi ma un enorme flusso di coscienza senza un inizio e senza una fine. E chi viene sacrificato per primo sono proprio le maiuscole. Infatti, se non metto un punto fermo, come posso mettere la maiuscola dopo?

Gli o li?

“Gli do un regalo” o “li do un regalo?”

Basta dare colpa al correttore automatico, la regola è una sola:

se il verbo vuole il complemento di termine (a chi?), bisogna usare “gli” (“Gli presto il mio cellulare”);

se il verbo invece richiede il complemento oggetto (chi?), serve “li” (“Li ho visti ieri al cinema”).

Infatti gli significa “a lui”, mentre li significa “essi”.

E non confondiamo “gli” con “le”:

a Marzia-> le do i fiori; a Mario-> gli do un panino.

Le doppie

L’italiano è una lingua antipatica, lo sappiamo: oltre ad avere irregolarità a non finire, la “i” che non si capisce mai bene dove vada (cosciente o coscente?) e il malefico congiuntivo, la nostra lingua ha anche un’altra peculiarità: le lettere doppie. Le temiamo talmente tanto che a volte le inseriamo in parole che non le richiedono (es: ecclatante al posto di eclatante). Al giorno d’oggi è tuttavia sempre più facile scoprire se la parola che stiamo per scrivere richiede o meno la doppia, grazie al correttore automatico o a Google. Se però la voglia di aprire una nuova pagina internet scarseggia, andiamo a intuito: se pronunciando una parola a voce alta vediamo che ci soffermiamo su una lettera più tempo del dovuto, nel 90% dei casi dovremo scrivere tale lettera due volte.

Perché da setta a seta il passo è breve, e un gruppo di religiosi rischia di diventare un tessuto pregiato senza nemmeno accorgersene.

Il clust, gli assemblaggi e il Dolce Stil Novo

Il passaggio da anglicismo a neologismo è molto breve. Soprattutto se il termine che stiamo prendendo in prestito dalla lingua straniera ci è sconosciuto, ma ci appare cool. È il caso di cluster, che ci viene propinato almeno una volta al giorno dal telegiornale o dalla radio. Ma il significato rimane molto oscuro: focolaio, assembramento? Ebbene, nessuno di questi. La definizione di cluster è la seguente: “la presenza di due o più casi correlati per spazio e tempo, e determinati dallo stesso ceppo”. E questo non è sinonimo né di focolaio, né di assembramento. E siccome nessuno di noi intende cluster con la sua accezione reale ma bensì per parlare a sproposito dei luoghi in cui il Covid si è diffuso a macchia d’olio, o per criticare con indignazione i giovani che si ritrovano in piazza, iniziamo a usare i termini italiani sopra indicati, onde evitare brutte figure. Soprattutto quando il termine viene storpiato o mal pronunciato (esempi più frequenti: clust o cluster, letto proprio così).

Altro termine di cui tendiamo ad abusare è droplet, che in italiano ha la traduzione, ovvero: gocciolina. Il Ministro della salute, Il Presidente del Consiglio ma anche il farmacista dietro casa vi raccomandano l’uso della mascherina per evitare la dispersione di droplet. Non riportiamo la frase così com’è sostituendo droplet con qualsiasi assonanza vi venga in mente (droppelette, per esempio), ma esponiamo la realtà dei fatti: “Metto la mascherina per evitare di sputacchiare in giro”. Molto schietto, ma lessicalmente corretto.

In ultimo, il neologismo che più affastella il web: gli assemblaggi. O gli assemblamenti. Scegliete voi quale preferite. Il termine approvato dall’accademia della Crusca è “assembramenti”, ovvero “riunione occasionale di persone all’aperto per dimostrazioni o altro, oppure affollamento” (stando alla Treccani). Tuttavia, proprio come accade alla parola purtroppo, la cacofonia di “rtr” fa sì che l’italiano medio la sostituisca con “ltr”, generando il neologismo pultroppo. E lo stesso accade con assembramento, che diventa molto spesso assemblamento. Il terzo step è quello che porta un gruppo di persone a diventare un’operazione che unisce più parti per formare un componente.

Se avete dei dubbi, il consiglio è quello di utilizzare la forma più semplice di cui disponete di quel termine: gruppo, unione, quello che volete. Sarà meno efficace, ma di certo corretto.

Per non parlare di tutti quei titolari di attività aperte al pubblico che si sono trovati da un giorno all’altro a dover spargere acqua santa per il negozio, dopo aver travisato le parole del Presidente del Consiglio che invita a santificare i locali.

Potrei continuare all’infinito, però credo che quanto detto sia sufficiente.

Il mio consiglio è: dopo aver verificato che quanto avete scritto sia attendibile e soprattutto utile alla comunità, controllate anche la forma. E se non siete sicuri, controllate su Google: basteranno un paio di minuti per scoprire se il criceto “ha” oppure “a” la zampina rotta, o se Conte ha un “po’” oppure un “pò” esagerato con tutti questi decreti, o se domani dovete prendere un aereo oppure recarvi in ospedale per un controllo generale. Perché credetemi, la differenza tra check-up e check-in è di una sillaba, ma la differenza tra partire per le Maldive o rimanere 24 ore a letto con una flebo nel braccio è enorme.

Articolo di Michela Bianco

Laureata triennale in Scienze della Mediazione Linguistica presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi dal titolo “Le fiabe russe e il rito di iniziazione: Analisi della correlazione tra fiaba e rito attraverso l’evoluzione storica e sociale”.

Da sempre appassionata di narrativa e scrittura creativa ha visto la pubblicazione del suo primo romanzo dal titolo “The sound of silence” presso la casa editrice Dario Abate Editore, nel dicembre del 2017.

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