Fotografia

La nascita della fotografia e la sua influenza nell’arte

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February 2, 2021

Capitolo 1

I Primi Esperimenti

La fotografia fu essenzialmente la tecnica che permise la riproduzione di immagini grazie all’azione congiunta della luce  e di prodotti chimici.

E’ con l’invenzione della fotografia, nel primo decennio dell’Ottocento, che la memoria storica delle persone diventò memoria visiva: personaggi, avvenimenti, costumi, paesi, opere d’arte crearono un repertorio vasto d’immagini, le quali rimasero impresse nella memoria collettiva, con un’efficacia di diffusione ben maggiore rispetto ai mezzi di produzione dei secoli  precedenti. Inizialmente la scoperta della fotografia fu resa possibile grazie a una serie di ricerche elaborate a partire dal XVIII secolo. La più determinante fu quella del medico e filosofo Johann Heinrich Schulze, che nel 1727 scoprì e dimostrò la fotosensibilità dei sali d’argento. Fu proprio la scoperta della fotosensibilità dei sali d’argento che qualche secolo più tardi avrebbe aperto la strada agli esperimenti di Thomas Wedgwood e di William Henry Fox Talbot.

Agli inizi dell’Ottocento Thomas Wedgwood scoprì di essere in grado di rendere fotosensibili sia la carta che il cuoio chiaro inumidendoli in una soluzione di nitrato d’argento; inoltre scoprì che, se una superficie bianca veniva ricoperta con nitrato d’argento e poi posta a contatto con oggetti veri oppure dipinti su lastre di vetro e quindi esposta alla luce del sole, tutte le zone non protette dall’ombra degli oggetti si annerivano. Malgrado queste scoperte, gli esperimenti si rivelarono insoddisfacenti perché quelle immagini non erano permanenti. Lo scienziato non riuscì a trovare un modo per sensibilizzare le aree non esposte alla luce e quelle immagini pian piano scomparivano; infatti furono conservate in luoghi bui e si poterono vedere solo a lume di candela per tempi brevissimi. Gli esperimenti di Wedgwood vennero denominati “stampe a contatto” e furono resi noti su un articolo di giornale. Lo scienziato si dedicò anche ad esperimenti con la camera oscura, ma il prodotto chimico da lui usato, il nitrato d’argento, richiese tempi d’esposizione molto più lunghi rispetto a quelli che lui calcolò e così, in seguito a tanti insuccessi, abbandonò ogni esperimento.

Joseph-Nicèphore Nièpce

Joseph-Nicèphore Nièpce nel 1814 rimase affascinato dalla litografia, la quale venne inventata in Germania nel 1797 da Aloys Senefelder. Questa tecnica richiedeva un minimo di attitudine al disegno, la quale mancò allo scienziato francese. Fu sostanzialmente per questo motivo che Niépce rivolse la sua attenzione alla camera oscura, cercando di catturare le immagini che in essa si venivano a creare grazie all’azione della luce. La camera oscura, già utilizzata da molti pittori a partire da XVIII secolo, fu una cassetta avente all’estremità anteriore una lente, e nella parte posteriore uno specchio inclinato a quarantacinque gradi. Sulla superficie superiore della cassetta, un coperchio proteggeva un vetro, sul quale lo specchio proiettava l’immagine formata da una lente. L’artista aveva il solo compito di ricalcare l’immagine su un foglio di carta. Nièpce cominciò con l’esporre un foglio di carta bianca, reso fotosensibile dal cloruro d’argento o, secondo l’uso dell’epoca, muriato d’argento; ponendo l’apparecchio sul davanzale della sua finestra ottenne un negativo. Sebbene bisognasse ancora trovare un modo per fissare le immagini rendendole permanenti, l’esperimento di Niépce fu il primo passo verso l’invenzione dell’immagine fotografica. Lo scienziato, invece, ritenne questo risultato insoddisfacente e continuò a fare esperimenti. Gli sembrò di aver trovato una soluzione ai suoi problemi con il bitume di Giudea; una sostanza, usata principalmente dagli incisori, fotosensibile e solubile nell’olio di lavanda, ma, se esposta alla luce, questa sorta di asfalto diventava insolubile anche a quella sostanza. Fu questa la scoperta che aiutò Niépce ad inventare il procedimento chiamato “Fotoincisione”. Verso il 1824, Niépce cominciò a sperimentare con le lastre di rame e peltro; fece delle incisioni su carta ungendole d’olio di lavanda, le mise a diretto contatto con la lastra sensibilizzata con il bitume di Giudea, ed infine espose tutto alla luce. Il disegno della stampa trattenne la luce evitando che filtrasse e il bitume sottostante rimase inalterato, mentre dove la luce riuscì a insinuarsi, indurì il bitume rendendolo insolubile. A questo punto Niépce immerse la lastra in olio di lavanda, di modo che il bitume non indurito dalla luce venisse rimosso. La lastra fu poi immersa in acido nitrico cosicché tutte le linee del disegno venissero poste bene in evidenza. Infine ricoprì la lastra con inchiostro e vi pressava un foglio di carta sul quale veniva riprodotta la copia della stampa originale. La fotoincisione ebbe un grande successo e godette per qualche tempo di una certa popolarità. Niépce la considerò un passo ulteriore verso il suo vero obbiettivo: fissare le immagini della natura nella camera oscura.

Dopo numerosi esperimenti intorno al 1827 Niépce provò ad esporre le lastre di vetro preparate con un nuovo tipo di bitume. Il risultato fu la “Veduta dalla sua finestra a Le Gras”, un’immagine che ritraeva il cortile della tenuta di famiglia nel piccolo villaggio di Le Gras. Si considera questa immagine la prima fotografia mai eseguita al mondo.

Niépce cercò di rendere nota la sua invenzione in ogni modo: in patria e all’estero. Una volta in Inghilterra provò a interessare la Royal Society ma questa istituzione rifiutò di accettare la comunicazione perché, non essendoci contenuta nessuna rivelazione del processo sperimentato, essa infrangeva le regole ferree della società. Una volta rientrato in Francia avviò con cautela un rapporto con Daguerre, convinto del fatto che solo riducendo i lunghissimi tempi di esposizione si potesse arrivare all’esito tanto ricercato.

Nel 1829 Niépce si decise a firmare un patto di società con Louis-Jacques Mandé Daguerre, uno scenografo che dimostrò un vivo interesse ai suoi esperimenti. La società durò solo pochi anni perché nel 1833 Niépce morì.

Qui di seguito le immagini della lastra di “Veduta dalla sua finestra a Le Gras” e delle stampe che sono state fatte nel corso degli anni dopo vari restauri.

 

Articolo di Chiara Costa

Studentessa-lavoratrice, ha frequentato il Liceo Artistico “E.Luzzati” diplomandosi nell’estate del 2016; iscritta all’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova dove frequenta il corso di pittura. Appassionata di fotografia, dedica parte del suo tempo libero a tale hobby.

FONTI ICONOGRAFICHE – CAPITOLO 1

 

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