Filosofia Storia

La memoria dei giganti

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April 2, 2021

I grandi uomini non sono degli Ercole, come vuole la tradizione, ma tanti Icaro. Bramosi di volare il più in alto possibile, scontando con la responsabilità il costo della grandezza e spesso macchiandosi di grandi o piccoli crimini contro l’umanità, talora senza pagarne il prezzo. Ma non è sempre così. E, qualora lo fosse, essi costituiscono in ogni caso esempi da studiare, talora per essere annichiliti e talora per farli rivivere.
Perchè? Essenzialmente perchè la memoria storiografica di un popolo ne costituisce l’identità, e perchè è malsana l’assenza di quel fenomeno sociale di cui siamo ormai orfani: i modelli. Certo, i riferimenti possono essere pericolosi, ma anche molto utili. La forma sociale del modello è scomparsa verso la fine della modernità, quando la complessità e la velocità degli eventi umani hanno soverchiato la forza e la volontà. Quando il caos prevale, il modello è sostituito da grandi macchine di simulazione. Le origini della forma più moderna di tragedia stanno qui: su questa soglia le illusioni sono scambiate per realtà. Così come il sogno, anche il mito è la ricostruzione per immagini, grafiche o letterarie, di una collettività. E il mito, oggi, è morto. Mi limito a fare solamente due esempi riguardo i monumenti che in migliaia desiderano rimuovere dalle zone pubbliche, iniziando con la statua di Robert E. Lee in Monument Avenue. Ancora una volta, più di un secolo e mezzo dopo, il generale Lee rimane l’ultima difesa della capitale della Confederazione. La sua imponente statua equestre è l’ultimo memoriale confederato rimasto a Richmond in aree pubbliche. Troppo grande per essere rimossa furtivamente di notte, come accaduto ad altri monumenti sudisti, dovrà essere distrutta per venire spostata, circondata da controversie giuridiche bramose di rimuoverla e assediata dai media e dalle campagne del “politicamente corretto”.

Oggi rappresenta l’ultima figura di un passato controverso e politicamente manipolato, per il quale il vecchio generale sta combattendo la sua ultima battaglia.
Più eclatante è il caso londinese della statua di Winston Churchill, sfregiata pochi mesi fa da decine di ragazzi perché “emblema di un tiranno colonialista”. Anni fa, nel corso di una riunione di alti ufficiali dei paesi Nato, un ufficiale francese esordì lamentandosi sulla convenzione per cui in tale sede dovevano esprimersi, quasi obbligatoriamente, in lingua inglese. Questa lamentela ebbe il supporto di molti altri ufficiali dei vari paesi europei. I consensi cessarono di fronte al silezio che seguì l’intervento di un ammiraglio americano, il quale fece presente che se non fosse stato per i paesi anglofoni in questi incontri gli ufficiali europei si sarebbero dovuti confrontare con un’unica lingua, ben più complicata: il tedesco.
Quella che oggi in molti vogliono abbattere è la statua di uno dei leader che ha messo fine al più terribile conflitto mondiale e posto le basi per il più longevo periodo di pace in Europa. Forse la pace annoia, ma se non fosse stato per lui, Roosevelt e pochi altri, saremmo morti bambini giocando con ordigni inesplosi.

Articolo di Carlo Alberto Ghigliotto

Filosofo, autore di saggi di semiotica, estetica medievale, storia dell’arte e della filosofia. La sua attività di saggista, bibliofilo e giornalista, è legata agli studi classici maturati nelle realtà del pensiero debole e dell’etica leopardiana. Studia filosofia prestando fede alla teoria de “Il pensiero ancestrale” di Manlio Sgalambro: considera l’attività filosofica come una prassi individuale di ascetismo e atarassia; distante dalle aule universitarie e dai percorsi accademici convenzionali (ancora in parte legati all’idealismo di Croce e Gentile).

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