Storia

Inquisitori di Stato

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May 12, 2021

 

Uno vuole scrivere un articolo storico che subito viene bloccato. Poteri forti? Hacker russi? No, semplicemente questa censura è l’esempio di cosa potrebbe accadere se una delle polizie politiche più antiche fosse ancora operativa.
Intanto, che cos’è una polizia politica? Si intende come polizia politica un organo che tutela e difende l’ordinamento dello stato in cui agisce, prevenendo azioni pericolose per la sicurezza pubblica. A differenza della polizia segreta, organo appartenente perlopiù a regimi dittatoriali, le polizie politiche agiscono nel rispetto dell’ordinamento giuridico. Questo confine, già labile nel contesto contemporaneo da paese a paese, varia ulteriormente andando indietro nel tempo: ma quando nacquero le polizie politiche?
Uno dei più antichi esempi, se non il primo, è quello degli Inquisitori di Stato veneziani, che iniziarono a utilizzare questa denominazione dal 1596, dopo aver agito per 57 anni sotto il nome di Inquisitori contro la propalazione dei pubblici segreti. Questo organo, costituito da tre personalità, era alle direttive del Consiglio dei Dieci, una delle istituzioni veneziane più potenti, con vaste competenze giudiziarie, sia civili che penali. Gli Inquisitori di Stato adottarono dal Consiglio dei Dieci la possibilità di utilizzare una nota e temibile procedura inquisitoria, il cosiddetto Rito dei Dieci: in questa particolare modalità non erano ammessi avvocati e l’identità dei testimoni rimaneva segreta. Dal 1596 quindi gli Inquisitori di Stato veneziani si possono definire la prima polizia politica ufficiale, dotata di uno statuto in cui la tutela della sicurezza della repubblica veneziana viene posta in primo piano.[i]
Il nuovo organo dimostrò fin da subito un’ottima efficacia, dettata dal perfetto equilibrio tra il suo ruolo istituzionale, sotto le vertenze del Consiglio dei Dieci, e l’autonomia nelle modalità operative, che premiavano la flessibilità della magistratura. Quest’ultima caratteristica provocò negli anni seguenti l’estensione dei poteri degli Inquisitori di Stato veneziani, che iniziarono ad operare più abitualmente in campo internazionale e si affermarono come uno dei principali organi della Repubblica di Venezia.

 

 

Figura 1: Dipinto di Hayez raffigurante gli Inquisitori di Stato veneziani

 

A fronte del livello di importanza ed efficacia raggiunto dagli Inquisitori di stato a Venezia, la Repubblica di Genova decise di applicare questo modello nel proprio tessuto politico e amministrativo per provare a combattere gli episodi di sovversione. Quest’ultimi rappresentavano una problematica reale per Genova: seppure nessuna congiura raggiunse la stessa pericolosità di quella dei Fieschi del 1547 e, agli occhi contemporanei, le nuove attività cospiratrici possano sembrare sopravvalutate dall’oligarchia genovese, il fragile equilibrio politico dello stato era in verità a rischio. Non tanto per l’evento in sé, ma per le forze sociali che vi stavano dietro, protagoniste dello scontro fazioso che aveva caratterizzato Genova; una battaglia passata appunto, ma dormiente come un vulcano, pronta a riesplodere anche grazie a nuove energie sociali, intente a risalire la piramide per trovare il proprio posto tra i potenti. Pertanto gli Inquisitori di stato a Genova nacquero sì in risposta alla congiura Vachero, ma soprattutto verso il potenziale rischio derivante dalle nuove spinte sociali provenienti dal basso; l’applicazione di un simil modello veneziano, efficace e rodato, diede la possibilità di disporre di una magistratura con una struttura organizzativa solida e pronta ad agire. Grazie ai documenti dell’archivio di stato di Genova possiamo analizzare la nascita e l’evoluzione della nuova istituzione genovese.

 

                 Figura 2: La fontana Vachero, costruita per nascondere la colonna infame dedicata a Giulio    Cesare Vachero

Gli Inquisitori di stato genovesi nacquero formalmente il 10 novembre 1628, quando fu legiferata l’istituzione della magistratura con una durata annuale, al fine di valutare l’utilità del nuovo organo. Quest’ultimo era così strutturato:

«consta di sei cittadini nobili, tre maggiori di quarant’anni, e li altri tre maggiori di trentacinque, con presidenza d’un Illustrissimo Procuratore, tutti da eleggersi de Serenissimi Collegi, e minor consiglio con li tre quinti de voti; […] L’Illustrissimo Presidente dovrà eleggersi per un anno. Per elegger li detti sei cittadini si potrà levare da ogni magistrato della città eccettuati li serenissimi collegi, li moltissimi Illustrissimi Supremi, il moltissimo Illustrissimo Uffizio di S. Giorgio, et il Magistrato di Guerra».[ii]

Le cariche, a parte il presidente della magistratura, erano biennali. Gli Inquisitori di stato avevano inoltre l’obbligo di riunirsi almeno tre volte a settimana, con la quota di voti minimi per poter deliberare fissata a cinque. Uno dei punti fondamentali era ovviamente l’autorità dell’inquisitore:

«autorità e cura d’esso magistrato sarà d’invigilare con ogni sollecitudine, e diligenza per intender, et investigare tutto quello che nella presente città, o Dominio fosse detto, o scritto da chi si voglia in pregiudizio dello stato, e governo della repubblica, e così che avesse tenuto, o tenesse appresso di se, o d’altri scritti perniciosi, o dannosi alla repubblica,[…] e di procurare con ogni accuratezza di sapere tutto quello, che tanto nella città e dominio come fuori in qualsivogli parte fosse trattato, tentato o machinato in qualunque modo e sotto qualsivogli color, o pretesto, e per qualsivogli mezzo, e forma in detrimento, e pregiudizio della Repubblica e della sua sicurezza, dignità e quiete a giudizio d’esso magistrato».[iii]

Dal passo in questione si può evincere l’ampiezza della materia trattata dagli Inquisitori di stato, che in questo modo si trovavano ad affrontare un insieme variegato di scenari e dovevano raccogliere e analizzare una mole smisurata di informazioni. L’attività investigativa era quindi uno degli impegni principali della nuova magistratura, per questo motivo veniva dato all’inquisitore ogni supporto possibile per poter svolgere il proprio lavoro:

«a questo fine tener quel numero di spie, che li parerà conveniente mandare fuori tener corrispondenza d’avvisi con chi è per mezzo di chi giudicherà espediente, in quei luoghi come, e quando stimerà a proposito, et usar quell’altre diligenze, che li parerà poter giovare, e perciò spender quelle somme di denari che a Serenissimi Collegi paierà andarli deliberando, e ciò nelli modi, e forme e come esso magistrato stimerà condur al servigio publico»[iv]

Parallelamente ai doveri, gli inquisitori avevano anche la facoltà di giudizio e condanna sopra la materia assegnata, a esclusione della pena di morte, che poteva essere impugnata solo dietro l’ottenimento dei due terzi dei voti dei Collegi. Dalle punizioni degli inquisitori non erano immuni neppure i collaboratori della magistratura, come le spie che si erano prestate a servirla, nel caso «havessero commesso mancamento».[v] In alcuni casi gli Inquisitori di stato potevano punire una persona senza che vi fossero prove tangibili della colpevolezza ma solamente motivi di sospetto: era la modalità della ex informata coscientia, per cui la pena poteva arrivare a massimo cinque anni di reclusione ed era sempre obbligatoria la presenza dei Collegi.[vi] Quest’ultimi erano i referenti degli Inquisitori di stato genovesi, così come il Consiglio dei Dieci lo era per quelli veneziani, sia come detto per l’assegnazione della pena massima che per l’inizio delle indagini; quest’ultime dovevano avere il beneplacito dei Collegi, anche nel caso in cui arrivasse una soffiata agli Inquisitori: in tale evenienza, che come si vedrà non era così rara, la magistratura avrebbe dovuto creare «una argomentazione da sottoporre ai Collegi sulla necessità di un intervento investigativo».[vii]

I magistrati dovevano dare conto del proprio lavoro in questo modo ai vertici politici:

«le cose gravi che il Magistrato predetto anderà investigando, e che per le qualità loro stimerà convenire doversi rappresentare al Serenissimo Senato, o Serenissimi Collegi dovrà farlo prontamente, e quando non fossero congregati, et il negozio non patisse dilazione darne parte a sua Serenità, et Illustrissimi di Palazzo».[viii]

 

In tal modo la magistratura degli Inquisitori di stato aveva una certa dose di autonomia per poter agire ed esplicare i propri compiti, ma al contempo era legata saldamente ai massimi vertici politici, per non rischiare una concentrazione troppo ampia dei poteri in mano al nuovo organo.
La nuova magistratura divenne ben presto uno strumento insostituibile, tanto che nel 1629 gli Inquisitori di stato furono prorogati per sei anni, dato che avevano dimostrato un’ampia utilità di impiego. Una volta passato questo periodo, l’organo diventò perpetuo nel 1635, dopo che ci fu una votazione.[ix] La Repubblica di Genova aveva così uno scudo difensivo contro le cospirazioni e gli scritti di propaganda avversa, ma la versatilità degli inquisitori e la quantità di crimini che potevano ricadere nella vaga e sfumata materia della sicurezza condizionò velocemente le altre istituzioni nell’assegnare alla magistratura nuovi oneri. Alla fine del 1645, dopo l’approvazione del Minor Consiglio, gli Inquisitori di stato furono incaricati di controllare chi non rispettasse il divieto di frequentare le case degli ambasciatori esteri senza possedere l’autorizzazione rilasciata dal Palazzo.[x]

«Che sia lecito ad ogni, e qualunque persona d’andare per loro negotij alle case de ministri forestieri de Principi, mentre però ne tenghino la licenza da Sua Serenità, e Eccellentissimi di Palazzo, che conosciuto il bisogno possano darla a chi la domanderà […]. Il Magistrato dell’Inquisitori di Stato habbia particolar pensiero di prendere secrete Informationi, et andar riferendo a Serenissimi Colleggi quelle che haverà ritrovato haver contravenuto».[xi]

Alla fine dello stesso anno venne invece proposto che la rivelazione di segreti sugli affari statali divenisse una materia sotto l’autorità degli Inquisitori di stato:

«ancorché non si possa far maggior pregiudizio al governo, che col palesare il segreto, sapendosi che il segreto è l’anima dei negozi publici, che rivelati di qualunque natura siano perdono nel operazione, e nell’essenza, si rendono senza il segreto le deliberazioni inutili, e molto si debilitano, e snervano col risapersi.».[xii]

 

La richiesta venne approvata nel 1646 dal Minor Consiglio.
Nel tormentato periodo della congiura Vachero e degli anni ’30, una delle problematiche principali per la Repubblica di Genova era l’attacco propagandistico su carta ordito dai Savoia. Come già citato in precedenza, alcune penne molto appuntite, dietro lauti compensi, gettavano discredito sull’oligarchia genovese e cercavano di allargare le crepe del fronte interno. La controffensiva della Serenissima fu affidata agli Inquisitori di stato, che dovevano controllare la stampa e l’editoria. Tra le norme che furono redatte a questo scopo, la grida del 1639 ricordava di come gli Inquisitori di stato potessero controllare le opere prima dell’imprimatur, ossia il consenso alla pubblicazione, senza però entrare nei dettagli dell’indagine; nello stesso anno venne promulgato un decreto in cui era comunicato il divieto di introdurre libri senza la licenza del magistrato.[xiii] Questa serie di introduzioni normative delineava una situazione ancora piuttosto confusa e poco coordinata per quanto riguardava le modalità di vigilanza e intervento degli Inquisitori di stato sui libri. La materia subì un serio riordinamento solo nel 1654, quando venne introdotto un decreto con otto disposizioni specifiche sull’autorità degli Inquisitori di stato sulla censura e il consenso alla pubblicazione dei manoscritti.[xiv]

 

 

[i] Romano Canosa, Alle origini delle polizie politiche : gli inquisitori di Stato a Venezia e a Genova, SugarCo 1989, p. 39.

[ii]Libro degli Inquisitori di stato, p.2

[iii] Ivi, p.3.

[iv] Ivi, p. 4.

[v] Ibidem.

[vi] Romano Canosa, op. cit., p. 114.

[vii] Diego Pizzorno, La cura del «serviggio pubblico».Gli Inquisitori di Stato a Genova: il percorso ordinario di una magistratura straordinaria, in E. Pelleriti (a cura di), “Per una ricognizione degli ‘stati d’eccezione’. Emergenze, ordine pubblico e apparati di polizia in Europa: le esperienze nazionali (secc. XVII-XX)”, Rubbettino, Soveria Mannelli 2015, p. 180.

[viii] Ivi, p.5.

[ix] Cfr. Romano Canosa, p. 115. La proposta venne approvata da 235 voti, mentre 79 furono i contrari.

[x] Cfr. supra, p. 115.

[xi] Archivio di stato di Genova, Archivio segreto, 3016.

[xii] Libro degli inquisitori, p. 25.

[xiii] Cfr. Ivi, p. 45.

[xiv] Cfr. Giovanni Assereto, Inquisitori e libri nella Genova del Seicento, in L. Antonielli – C. Capra – M. Infelise (a cura di), Per Marino Berengo. Studi degli allievi, F. Angeli ,Milano 2000, pp. 322-348.

 

 

 

 

FONTI

 

Archivio di stato di Genova, Archivio segreto, 3016.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Romano Canosa, Alle origini delle polizie politiche : gli inquisitori di Stato a Venezia e a Genova.

 

Libro degli Inquisitori di stato.

 

Diego Pizzorno, La cura del «serviggio pubblico».Gli Inquisitori di Stato a Genova: il percorso ordinario di una magistratura straordinaria, in E. Pelleriti (a cura di), “Per una ricognizione degli ‘stati d’eccezione’. Emergenze, ordine pubblico e apparati di polizia in Europa: le esperienze nazionali (secc. XVII-XX)”.

 

Giovanni Assereto, Inquisitori e libri nella Genova del Seicento.

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