Fotografia

La nascita della fotografia e la sua influenza nell’arte

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June 15, 2021

Capitolo 2

William Henry Fox Talbot

L’annuncio della scoperta di Daguerre suscitò curiosità negli ambienti scientifici. William Henry Fox Talbot nacque nel 1800 da un’antica e ricca famiglia aristocratica, Talbot studiò linguistica, botanica e si laureò in matematica a Cambridge dove si guadagnò una buona reputazione da scienziato. Talbot cominciò a dilettarsi di fotografie dal 1833 perché come Niépce, ebbe scarsa abilità nel disegno e si aiutò con la camera chiara. In seguito imparò anche ad utilizzare la camera oscura e fu proprio usando quell’apparecchio che iniziò a pensare ad un modo per rendere permanenti le fotografie.

Nel 1834, Talbot elaborò un metodo per fissare le immagini su di un foglio carta. Il procedimento fu così strutturato: cominciò con il bagnare il foglio in una soluzione di sale comune o cloruro di sodio e, dopo averlo fatto asciugare, in nitrato d’argento. Dopodichè vi pose a contatto delle foglie o dei pezzetti di merletto sotto un vetro ed espose tutto alla luce del sole. Dopo qualche minuto tutte le parti esposte si scurirono mentre quelle protette rimasero chiare. Infine Talbot lavò il foglio in una soluzione di cloruro di sodio. Questo trattamento rese le immagini solo relativamente trasparenti perché i sali d’argento non esposti alla luce erano stati resi non interamente insensibili alla luce. I risultati di questo processo vennero chiamati da Talbot stesso disegni fotogenici. Il procedimento fu simile a quello utilizzato da Thomas Wedgwood ma la differenza fu che Talbot riuscì ad assicurare una certa permanenza ai suoi disegni, cosicché potesse osservarli alla luce del sole. Il problema però fu che le aree luminose risultavano scure e viceversa. Per correggere l’inversione Talbot elaborò un metodo per stamparle, ovvero: metteva il disegno a diretto contatti con un altro foglio di carta sensibilizzato così ottenendo la stessa immagine, però, questa volta, con i toni reinvertiti.

Nel 1839 Talbot trasalì alla notizia dei risultati di Daguerre, vedendo minacciati i suoi studi. Decise quindi di raccogliere alcuni dei migliori esemplari dei suoi disegni fotogenici e di inviarli alla Royall Insitution, sperando di esporli al pubblico. Nella Library si tenne pertanto la prima improvvisata esposizione di disegni fotogenici, la quale riscosse molto successo. Allo stesso tempo la popolarità del dagherrotipo aumentò. Tuttavia Talbot non si arrese e verso il 1840 modificò completamente la sua invenzione, tanto da darle anche un nuovo nome: la chiamò calotipo e più avanti talbotipo. La prima parte del processo consisteva nello spalmare su di un foglio di carta da scrivere una buona quantità di nitrato d’argento. Dopo averlo fatto asciugare lo si immergeva in una soluzione di ioduro di potassio. Lo ioduro d’argento che ne risultava dotava la carta di sensibilità. Il secondo stadio del processo consisteva nel lavare il foglio di carta, in una soluzione di acido gallico, acido acetico e nitrato d’argento. Questa soluzione venne chiamata da Talbot gallo-nitrato d’argento. La carta in questo modo era pronta per essere esposta nella camera oscura. Una volta che l’esposizione veniva fatta, a differenza del disegno fotogenico, l’immagine non era ancora visibile, aveva ancora bisogno di uno sviluppo fisico oltre che chimico. Il foglio di carta veniva lavato ancora una volta nella soluzione di gallo-nitrato d’argento e lentamente appariva l’immagine, che veniva infine fissata usando bromuro di potassio e quindi una soluzione di iposolfito di soda bollente.

Talbot, come Daguerre, venne a sapere dell’iposolfito di soda per fissare le immagini fotografiche dal matematico e astronomo John Herschel. Già nel 1819 Herschel scoprì che con l’iposolfito di soda si riusciva a dissolvere i Sali d’argento. Venti anni dopo, quando venne a sapere degli esperimenti di Daguerre, la notizia suscitò in lui una tale curiosità che da solo si mise a sperimentare per cogliere il mistero del processo di Daguerre. Fu durante uno di questi esperimenti che Herschel scoprì il metodo per fissare le immagini fotografiche. Quando successivamente Talbot ne descrisse l’impiego in una lettera pubblicata nei Comte rendu dell’Accademia francese delle scienze, anche Daguerre l’adottò immediatamente per fissare i suoi dagherrotipi.

Inoltre con Talbot iniziò ad emergere un carattere formale ed estetico della fotografia. Margaret Harker scrisse: “Talbot capì che ai fini della riuscita  di un’immagine la selezione conta moltissimo e che il fotografo deve sempre decidere quali oggetti materialmente includere o escludere dalla sua inquadratura: questa è un’attenzione diversa da quelle che deve avere il pittore. Capì anche che la scelta del punto di vista era la chiave dell’immagine, sia per quanto riguarda le forme, sia per le proporzioni, sia per la prospettiva”. La selezione dell’oggetto rimase un punto fermo ma osservando le sue foto ci si rende conto di quanto la pittura influenzasse il suo modo di fare fotografia.

La calotipia di Talbot, diventata popolare in Gran Bretagna e in Francia verso la fine degli anni Quaranta dell’Ottocento, diventò, per qualche tempo, un’efficiente alternativa alla dagherrotipia.

Louis-Jacques Mandè Daguerre

L’impresa che diede a Daguerre un considerevole successo economico e popolare fu il Diorama fondato nel 1822 avendo come socio Charles Marie Bouton; si trattò di uno spettacolo di immagini svolto su di uno schermo di grandi dimensioni: 4 enormi tele di 13,5 per 21 metri confluivano l’una sull’altra creando, con giochi di luci e trasparenze, effetti illusionistici grazie ai quali gli spettatori erano trasportati in epoche diverse. Daguerre e Boutoun disponevano di una serie di tableaux che andavano dall’ambiente medievale al paesaggio alpino. Il successo fu tanto grande che l’anno seguente, nel 1823, i soci aprirono un Diorama a Londra in Regent’s Park, riscuotendo un successo di pubblico altrettanto grande. Daguerre si servì della camera oscura per disegnare le varie scene e malgrado nel 1833 il suo socio morì il, lui continuò a sperimentare all’interno di questa stanza.

Spiegato da Daguerre stesso il procedimento non appariva complicato: per prima cosa bisognava levigare a specchio la superficie argentata di una lastra di rame, in modo che risultasse pulita chimicamente. Dopodichè tale superficie veniva posta su una cassetta contenente iodio, i cui vapori liberati a temperatura ambiente andavano a depositarsi sulla lastra rendendola così fotosensibile. La lastra successivamente veniva collocata nella camera oscura ed esposta alla luce per diversi minuti. Successivamente veniva rimossa dalla camera oscura e collocata con il lato argentato verso il basso di una cassetta contenente mercurio, per lo sviluppo. I vapori di mercurio si andavano a depositare sulle parti sensibilizzate alla luce, formando un composto di colore biancastro. Lo ioduro d’argento non esposto alla luce veniva rimosso con una sostanza chimica chiamata iposolfito di soda che fissava l’immagine. Dopo questa operazione la lastra veniva lavata e asciugata su una lampada a spirito.

Per un certo periodo Daguerre cercò dei finanziatori che lo aiutassero nella pubblicazione della sua scoperta, ma nessuno sembrò disposto a rischiare la propria fortuna per un’invenzione di cui non si conosceva l’esito. Daguerre, allora, andò a proporre l’acquisto del brevetto del suoi dagherrotipo alla Camera dei Deputati. Egli trovò Jean-François Dominique Arago. Qualche mese dopo lo Stato francese comprò il brevetto del dagherrotipo dando pubblico riconoscimento per la scoperta a Daguerre e Niépce. La scoperta del dagherrotipo si diffuse immediatamente in tutta Parigi.  Alcuni mesi dopo, grazie a un manuale scritto da Daguerre e intitolato Histoire et description du procédé nommé le Daguerréotype, il dagherrotipo divenne noto in tutte le maggiori capitali del mondo occidentale.

Nel 1829 riuscì ad ottenere una fotografia di una natura morta: un tavolo ricoperto da una tovaglia sul quale si riconoscono una bottiglia, due posate, una scodella, un bicchiere a calice e un pezzo di pane. Furono numerose le vedute di Parigi che ripresero monumenti celebri come Norew-Dame o zone in espansione come il Boulevard de Temple. I risultati ottenuti da Daguerre comunque non risolvettero alcuni inconvenienti che segneranno il rapido declino, nel corso di una ventina d’anni, di questa tecnica; dalle lastre non si potevano trarre altre copie, si trattava di pezzi unici. Inoltre la superficie riflettente di rame argentato rendeva scarsamente leggibile l’immagine se non orientandola con una certa inclinazione. Infine l’immagine era invertita così come veniva ripresa dalla camera oscura trattandosi di un positivo diretto. Gli apparecchi erano di grandi dimensioni e non di facile trasporto e i tempi di esposizione erano lunghi, anche se ridotti rispetto a quelli di Niépce.

 Articolo di Chiara Costa

Studentessa-lavoratrice, ha frequentato il Liceo Artistico “E.Luzzati” diplomandosi nell’estate del 2016; iscritta all’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova dove frequenta il corso di pittura. Appassionata di fotografia, dedica parte del suo tempo libero a tale hobby.

 

Fonti iconografiche

 

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