La finestra sul cortile

Violenza sulle donne, il frutto della cultura patriarcale ancora troppo presente in Italia

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November 25, 2021

Gli aspetti che ruotano attorno alla violenza sulle donne sono tanti e tutti meritevoli di attenzione per percepire questo tema che ancora oggi viene raccontato dai telegiornali, un fenomeno che nonostante ci si trovi nel 2021 e non nel Medioevo, è ancora sottovalutato, talvolta incompreso e sminuito.
Oggi, 25 novembre, è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Questa giornata è stata istituita nel 1999 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite: l’origine della ricorrenza è legata ai fatti accaduti il 25 novembre 1960 in Repubblica Dominicana dove tre sorelle – Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal – furono uccise dai soldati del dittatore Rafael Leonidas Trujillo mentre stavano andando a visitare i rispettivi mariti in carcere. Furono picchiate a morte dai loro aguzzini e gettate in un burrone. I carnefici cercarono di far passare la vicenda come un incidente, ma le tre sorelle erano note per il loro attivismo in un gruppo, Movimento 14 giugno, che non andava a genio al governo.
Le tre donne sono ricordate proprio per il coraggio dimostrato nella lotta alla dittatura e per il loro impegno per i diritti delle donne.
La ricorrenza ha lo scopo di avvicinare la società civile al problema della violenza di genere e di quanto, ancora, la nostra società sia influenzata dalla cultura patriarcale: ciò è reso possibile dalle iniziative che ogni città favorisce come eventi che trattano l’argomento, mostre, conferenze, dibattiti.
Secondo la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne adottata nel 1993 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite,

la violenza contro le donne è la manifestazione di una disparità storica nei rapporti di forza tra uomo e donna, che ha portato al dominio dell’uomo sulle donne e alla discriminazione contro di loro, e ha impedito una discriminazione contro di loro, e ha impedito un vero progresso nella condizione delle donne”.

Tra le ultime iniziative dedicate a questo tema: installazione di panchine rosse, creazioni di autobus con scritte che urlano “Qui non c’è posto per la violenza”, ma anche l’impegno dei centri antiviolenza, la creazione di numeri di telefono (1522) e app (YouPol, AppElles, ForElle) a cui rivolgersi in caso di pericolo e di violenza.
Iniziative come queste sono necessarie perché un problema culturale come quello che stiamo vivendo va interiorizzato dalla popolazione, partendo anche dalla riflessione su questo tema nelle scuole che hanno il grande incarico di educare e favorire il pensiero critico di quelli che saranno uomini e donne del futuro.
Per alcuni, questo tipo di installazioni, come le panchine o i sedili sui mezzi pubblici, sono inutili, ma in realtà sono un simbolo: rappresentano una donna che è stata cancellata dalla violenza di un uomo. Le panchine, se aumentate e poste in diversi luoghi della città, possono davvero attirare l’attenzione e far riflettere su un tema che ancora oggi è sminuito e anche sulle cause di questo fenomeno che sono riconducibili al patriarcato e al maschilismo.
Break The Silence, un’associazione che si occupa proprio di sensibilizzare la popolazione su questo tema ed è in prima linea quando si tratta di divulgare informazioni sui femminicidi e sulla violenza di genere, evidenzia che c’è ancora molto da fare per migliorare il presente e il futuro: a partire dal conoscere e comprendere le modalità e le forme della violenza attraverso il dialogo con le scuole, con l’aumento della sicurezza e l’appoggio, da parte delle istituzioni, alle campagne di sensibilizzazione.
Uno dei modi in cui si può capire questo fenomeno è l’uso, purtroppo, di dati che si riferiscano a ciò che accade nel nostro Paese. Dico “purtroppo” perché sembra quasi voler ridurre le vittime a un numero, invece che vederle come persone.
Eppure, per definire la gravità di questo fenomeno è necessario parlare di numeri, di cifre e delle testimonianze delle vittime.
Nel 2021 sono state 109 le donne uccise, 93 di queste sono state uccise nell’ambito familiare – affettivo, 60 di queste ultime sono state ammazzate dal partner o dall’ex. Rappresentano il 40% di tutti gli omicidi commessi nel Paese. Questi dati evidenziano l’aumento dei femminicidi anche rispetto all’anno scorso, dov’era stato già segnalato un aumento rispetto agli anni precedenti e concretizza l’idea che i femminicidi rappresentino un problema strutturale che va sconfitto in modo diretto e permanente.
Come riportato dall’ISTAT più di una donna su tre ha subito violenza dal partner e ha riportato segni quali lividi, ferite, contusioni (37.6%) e circa il 20% ha dovuto ricorrere al ricovero in ospedale in seguito alle violenze subite.

 

Quali sono i tipi di violenza?

L’articolo 1 della Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne definisce la violenza sulle donne in questo modo:

“ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi, o che possa provocare, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata”

La violenza fisica è, spesso, quella più evidente poiché lascia tracce che possono essere visibili.
Questo tipo di violenza comprende atti come percosse, soffocamento, calci, pugni, schiaffi. Non è rappresentata solo da aggressioni che richiedano l’intervento medico, ma da qualsiasi contatto fisico che spaventa e porta la vittima a essere controllata dall’aggressore.
La violenza sessuale è caratterizzata dalla costrizione, attraverso azioni o minacce, a compiere o subire atti sessuali indesiderati, o rapporti sessuali che provochino dolore o che siano offensivi della dignità.
L’imporre un rapporto sessuale, che è uno degli atti più naturali e intimi in una relazione, rappresenta un atto di umiliazione e di soggiogazione che causa profonde ferite psichiche e fisiche.
La violenza psicologica è rappresentata da ogni forma di abuso e mancanza di rispetto che lede l’identità e la stabilità psicologica della vittima. È un tipo di violenza subdola, sottile e invisibile: alcuni indicatori possono essere continue insinuazioni rispetto all’incapacità della vittima, di non essere attraente o intelligente, di non essere una buona madre oppure isolare la vittima dalla rete familiare e amicale, eccessive manifestazioni di gelosia, la presenza di una tendenza a imporre alla vittima come vestirsi e come comportarsi.
Questo tipo di violenza è caratterizzato anche da derisione, molestie verbali, insulti, denigrazioni, minacce di abuso o aggressione nei confronti sia della donna, ma anche della sua famiglia e dei figli.
La violenza psicologica si distingue da un impeto d’ira momentaneo perché questo tipo di vessazioni sono costanti e intenzionali e hanno l’obiettivo di sottomettere la vittima per mantenere il controllo su essa esercitando quindi potere e forza su di lei.
Anche la violenza economica è difficile da evidenziare e da comprendere come forma di violenza: eppure ci sono degli indicatori che la categorizzano proprio come tale perché rappresenta una forma di controllo che limita l’accesso alla donna alle finanze familiari. Essa rappresenta una forma di controllo che impedisce l’indipendenza economica della vittima. Rientrano in questa forma di violenza, l’impedire il lavoro della donna o, al contrario, sfruttare la donna come unica forza lavoro in famiglia, appropriarsi dei risparmi o dei guadagni del lavoro della donna e utilizzarli a proprio vantaggio.
La violenza verbale è una forma di violenza che si manifesta attraverso un linguaggio irrispettoso e l’uso di insulti, denigrazioni e umiliazioni pubbliche e private.
Le conseguenze della violenza sono devastanti: tutti i tipi di violenza evidenziati sopra causano degli strascichi, delle ferite fisiche e psicologiche che provocano dolore e sofferenza per le vittime. Dai dati ISTAT del 2014, per esempio, si evidenzia che il 38% delle donne vittime di violenza dichiara di essere stata ferita, e il 36% di aver paura per la propria vita. Le conseguenze psicologiche possono causare attacchi di panico, depressione, ideazione suicida e abuso di sostanze.

Tutti questi tipi di violenza rientrano nella violenza domestica che è stata ampliamente analizzata da svariati studiosi: per esempio, Lenore Walker nel 1979 definisce il Ciclo della violenza che si basa sulle testimonianze raccolte all’epoca nei centri antiviolenza.
Secondo la psicologa, infatti, la violenza domestica si articolerebbe in tre fasi che si ripetono ininterrottamente finché, purtroppo, si arriva al più tragico degli epiloghi.
La prima fase è caratterizzata da violenza verbale; l’uomo si innervosisce e tende ad avere un modo di comportarsi ambiguo che confonde la partner. In questo modo, attraverso la manifestazione di una sorta di distacco, la donna teme la fine del rapporto e cerca di assecondare il partner.
Nella seconda fase scoppia la violenza con aggressioni, percosse come abbiamo visto poco sopra. A questa fase però, segue la terza che è caratterizzata dalla richiesta di perdono da parte del violento: parole d’amore, scuse, frasi quali “Io senza di te non sono nessuno” e talvolta l’uomo viene riaccolto.
Qui si innesca il processo di cui parla Walker: ossia, la fase di riappacificazione inizialmente lunga, tende ad accorciarsi con il ripetersi degli episodi di violenza.
A queste fasi si aggiungono dei processi che riescono a mantenere il ciclo della violenza e che si manifestano attraverso la negazione, razionalizzazione e giustificazione degli atti violenti.
Questi processi sottomettono la donna che lentamente viene minacciata, poi isolata cioè che si allontani dalle figure che ritiene importanti come familiari o amici, e svalutata ossia perde la sua identità di donna, madre, compagna e viene quindi pervasa dal senso di colpa, tanto da arrivare a credere di meritare quel trattamento e, addirittura, di averlo causato.

“Ma perché non lo lascia?”

Una delle domande che sui social impazzano quando si tratta di questo tema, che come precedentemente sottolineato, viene spesso sottovalutato. Certo, forse tra tutte le frasi questa è la più sciocca perché altri commenti, invece, sono ancora più raccapriccianti perché nonostante la donna sia la vittima viene, comunque, colpevolizzata e a volte non solo dai leoni da tastiera, ma dai giornali stessi che utilizzano titoli e descrizioni volte a sminuire la vittima.
In ogni caso, dati del 2016 sottolineano che il 78% delle donne non ha denunciato le violenze.
I motivi per cui non si denuncia possono essere molteplici: sicuramente vi è molta paura da parte delle vittime.
Paura perché nel momento in cui si decide di lasciare il partner violento, la reazione di quest’ultimo può essere imprevedibile: la situazione tende a diventare pericolosa sia per la donna sia per i figli o per la sua famiglia. In certi casi, la vittima è portata ad autocolpevolizzarsi delle violenze subite, giustificando il partner e trovando motivi per cui lei si sia meritata quelle violenze. Questo è strettamente collegato anche al tentativo di salvare il matrimonio, spesso quando sono presenti anche i dei figli, in un ultimo tentativo di tutelarli e cercare di mantenere una sorta di serenità proprio per i bambini e anche nella speranza di cambiare il partner violento.
Un altro motivo può essere riconducibile al mancato sostegno sia esterno sia interno: non è sempre facile “lasciare” perché la situazione potrebbe peggiorare ancora di più e rendersi ancora più pericolosa.
Un interessante articolo di Open di pochi giorni fa sottolinea come il rapporto della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio evidenzi diversi punti in comune tra tutti i 211 procedimenti penali presi in esame, tutti riguardanti uccisioni di donne da parte di uomini.
A interessare maggiormente però è la parte che si dedica alle criticità nell’operato della polizia giudiziaria: infatti, le denunce e le segnalazioni delle donne vittime di violenza vengono sottovalutate e, elemento ancora più agghiacciante, nelle cittadine più piccole le donne sono dissuase dal denunciare le violenze subìte.
In alcuni casi presi in esame dalla Commissione, le violenze sono state categorizzate semplicisticamente come lite familiare, in altri casi sono stati sottovalutati i maltrattamenti denunciati dalle donne, atto che ha favorito l’archiviazione di procedimenti che sono stati associati a “mere molestie telefoniche”.
Emergono anche casi in cui la polizia giudiziaria, nonostante vi fossero evidenti richiesti di aiuto da parte delle vittime che però non volevano denunciare, non ha riportato la notizia di reato alla procura, ciò risulta ancora più grave poiché la notizia di reato deve essere comunicata per obbligo di legge.
Anche il tipo di linguaggio che viene utilizzato nelle sentenze, come si legge nell’articolo, mette in risalto l’incapacità della magistratura nel prendere in considerazione e nel comprendere i femminicidi a causa della presenza di “pregiudizi giudiziari” quali la minuziosa analisi delle denunce delle donne, soprattutto se durante la separazione dal partner, che non vengono analizzate come le altre denunce, come se le donne tendessero ad esagerare o raccontare bugie.

Cause e conseguenze e stereotipi

Come abbiamo spiegato prima una delle cause primarie della violenza di genere è la cultura patriarcale che è ancora molto presente in diversi ambienti, soprattutto in quello familiare: la donna è vista come una proprietà, con ruoli prestabiliti e senza alcun diritto di scelta. Spesso però la cultura patriarcale che permea la nostra società viene sottovalutata e accettata anche da chi dovrebbe proteggere le vittime.
Il Corriere della Sera ha intervistato Valeria Valente, senatrice e presidente della Commissione d’inchiesta del Senato sul Femminicidio. La senatrice afferma che ci sono Paesi, da cui prendere esempio, come la Spagna, che hanno dei tribunali dedicati esclusivamente alla violenza di genere ed è necessario sviluppare delle campagne di sensibilizzazione che non vengano organizzate solamente il 25 novembre.
Inoltre, Valente parla anche degli uomini, anch’essi vittime di pregiudizi e stereotipi che li disegnano come individui virili a tutti i costi: infatti la battaglia per la violenza di genere non è solo delle donne per le donne, ma è di tutt* per tutt*. L’impostazione sessista che deriva dalla cultura patriarcale si basa su uno squilibrio di potere che coinvolge sia gli uomini sia le donne e li relega in stereotipi di genere falsi.
Ma cosa sono gli stereotipi? La definizione di stereotipo lo delinea come una scorciatoia mentale che viene utilizzata per incasellare persone o cose in categorie stabilite. Gli stereotipi sono delle valutazioni rigide che alludono a concetti che non vengono mai imparati direttamente, ma vengono mediati dal senso comune.
Questo tipo di schemi mentali permettono di attribuire determinate caratteristiche a intere categorie di persone senza tenere in considerazione le differenze individuali che possono essere rilevate.
Il fatto che le battute sessiste o il catcalling, anche dalle donne stesse, non siano visti con la gravità che meritano e siano invece associate a delle ragazzate o delle “goliardate”, termine che piace tanto in questo periodo, mostrano quanto sia presenta ancora una visione retrograda della donna, percepita solamente come oggetto sessuale.
Per evidenziare quanto ancora siamo indietro di fronte a queste tematiche: il report di Astraricerche presentato in Senato per l’evento “Tutti i volti della violenza” organizzato da Rete Antiviolenza del Comune di Milano evidenzia che un italiano su quattro ritiene che non sia considerabile una forma di violenza “commentare un abuso fisico subito da una donna affermando che è meno grave perché gli atteggiamenti di lei, il suo abbigliamento o aspetto comunicavano che era ‘disponibile’”. E ancora: quasi 3 persone su 10 non reputano violenza “dare uno schiaffo alla partner se lei ha flirtato con un altro”, il 20% delle donne è d’accordo con questa affermazione, per gli uomini si arriva al 40%.
E continua l’articolo de l’ANSA: un italiano su tre non reputa violenza forzare la partner ad avere un rapporto sessuale, se lei non ha voglia.
Ora, in base anche a questi dati si evince quanto sia fondamentale trattare questo tema e quanto sia importante parlare anche di prevenzione del fenomeno. La prevenzione si fa aumentando la consapevolezza dell’opinione pubblica sulle cause e sulle conseguenze della violenza sulle donne; promuovendo incontri nelle scuole e sostenendo l’educazione alla parità tra i sessi, oltre che l’educazione sessuale, per abbattere gli stereotipi di genere, anche attraverso la revisione della didattica e dei libri di testo; sensibilizzare i mass media sull’influenza del linguaggio e degli stili di comunicazione e della pubblicità su stereotipi di genere e sessismo.
E proprio su questi ultimi due punti…

Abbiamo un problema di comunicazione

Il peso delle parole, purtroppo, è spesso sottovalutato. Ne avevamo già parlato in un altro articolo, ma è bene ribadirlo perché è evidente che ci sia un enorme problema di comunicazione quando si tratta di parlare di violenza contro le donne. Il vocabolario italiano è vasto e questo ci permette di utilizzare tantissime parole e di rimescolarle insieme per far sì che un articolo che racconta queste terribili vicende non colpevolizzi la vittima. Eppure, questo è un concetto che i media fanno fatica a cogliere.
Una delle autrici che tratta maggiormente il cosiddetto victim blaming – processo che appunto accusa la vittima di aver causato o favorito lo stupro – è Michela Murgia, scrittrice sarda, che evidenzia quotidianamente quanto vi sia un problema nel giornalismo italiano. Murgia pone l’accento su un problema che viene sottovalutato e in cui il femminicidio non viene descritto e comunicato in modo adeguato.
L’ultima: un quotidiano associa il comportamento criminale alla passione affermando che l’uomo si “innamora” della commessa e per un mese si presenta sul luogo di lavoro della donna. Non è innamoramento, non è amore, non lo è mai. È un fenomeno che si chiama stalking – ossia: “forma di aggressione messa in atto da un persecutore che irrompe in maniera ripetitiva, indesiderata e distruttiva nella vita privata di un altro individuo, causando a quest’ultimo gravi conseguenze fisiche o psicologiche” (Maran, 2010) e che non ha nulla a che vedere con il romanticismo.
Senza contare che spesso si giustifica l’assassino: aveva perso il lavoro, lei voleva divorziare. Tra i casi più eclatanti che mi vengono in mente: Chiara Ugolini, uccisa dal vicino di casa che la molestava. Eppure, pochissimi giornali hanno parlato di quel femminicidio in questi termini. Hanno definito la vittima bella e impossibile, invece che parlare di un vicino di casa violento; hanno evidenziato che l’assassino era “un vicino di casa respinto”, anche questo è un modo per incolpare la donna, colpevole di aver respinto l’uomo.
Il discorso che sottende tutte questi riferimenti è che se la vittima fosse stata “possibile” e “non lo avesse respinto” a quest’ora sarebbe viva, è questo il messaggio che passa.
Altri casi evidenziano, invece, uomini per bene, gran lavoratori, che impazziscono perché la donna decide di separarsi o comunque di lasciarli. L’omicidio non può e non deve essere raccontato come il frutto di una follia amorosa dell’uomo per bene. Va raccontato, invece, come quello che è: un uomo che uccide la donna perché la reputa una sua proprietà e non una persona.
Addirittura, quest’anno, abbiamo assistito  a un caso che ha fatto, giustamente, molto scalpore in quanto una giornalista televisiva ha definito le donne “esasperanti”, perchè fanno innervosire gli uomini. Questo è lo stesso meccanismo per cui, e qui cito testualmente Michela Murgia:

L’ha stuprata, è brutto, certo, ma lei com’era vestita? L’ha picchiata, è brutto, mammamia, ma lei che cosa gli ha detto per provocarlo? L’ha uccisa, orribile, ma a che punto di esasperazione doveva essere, povero cristo, per ammazzare la donna che amava? Maledette femmine che seducono, irritano, esasperano. Se stessero zitte, docili e modeste non succederebbe nulla: nessun pover’uomo si innervosirebbe e nessuna donna si farebbe male. È anche così, con la minaccia di morte e violenza, che il patriarcato impone le sue leggi alle donne più decise a sottrarsene.

La verità, purtroppo, è che continuiamo ad assistere a un altro tipo di violenza che umilia donne che sono state uccise da un uomo violento, giustificando quest’ultimo definendolo una brava persona, dedita al lavoro e che, fondamentalmente, amava troppo.
Se ancora oggi aleggia il pensiero che la donna non possa scegliere per se stessa, banalizzando poi l’atto violento, promuovendo e divulgando un’ideologia che si schiera dalla parte dell’assassino e non dell’assassinata, accusando le donne della loro stessa morte e di essersela cercata, ecco, allora questo significa che c’è un problema di fondo ed è un problema enorme, un baratro dove non possiamo finire.
Educare, sensibilizzare, parlare: sono questi i tre pilastri su cui bisogna investire.
Per educare è necessario cominciare dal cambiare i libri di testo della primaria che forniscono ancora pagine di stereotipi con la mamma che lava e il papà che legge il giornale, ed esercizi che richiedono di indicare i ruoli in famiglia. Persino le illustrazioni, in alcuni libri, indicano quali siano i ruoli che ancora oggi vengono associati alla donna.
Se ogni anno i femminicidi sono in aumento significa che il problema, come se già non fosse evidente, è a monte; se non cambia nulla significa che ciò che è stato fatto fino a oggi (poco) non ha funzionato e condannare questo fenomeno non basta più. Quella da combattere è la cultura maschilista e patriarcale che scorre nella struttura, nelle fondamenta, del paese. Teniamo inoltre presente che se l’età degli assassini si abbassa, significa che questo tipo di pensiero è presente, purtroppo, anche nelle menti più giovani e fresche e quindi, bisogna riflettere molto attentamente su un sistema educativo e familiare che falliscono.
Tutto ciò è quello su cui dobbiamo intervenire e come definito in modo perfetto da Carlotta Vagnoli:

Emergenza è qualcosa che non si può controllare. Possiamo dire lo stesso della violenza di genere? Chiamiamola fatica. Diciamo che fa fatica salvare la vita delle donne da un sistema di cui si è conniventi.
Emergenza, fa quasi sorridere. Noi quella la chiamiamo cultura. Cultura dello stupro.
Quando la società rinnegherà questa forma di controllo sui corpi femminili, la cultura verrà riformata dalle sue radici, la politica si adopererà nelle scuole, nella formazione, nel welfare e nel lavoro, quando i finanziamenti ai centri saranno costanti e maggiori, quando polizia, personale medico e primo soccorso avranno la formazione per accogliere noi survivor ed i media inizieranno ad ascoltare i manifesti di chi con la violenza è costretta a convivere allora sì, allora lì potrete chiamarla emergenza.

Lo dobbiamo a Roberta, Teodora, Sonia, Piera, Lidia, Clara, Edith, Saman, Tunde, Chiara, Vincenza, Stefania, Vanessa, Alessandra, Dorjana, Elisa, Elena, Simonetta, Juana e a molte, moltissime altre, a tutte.

Sitografia:
https://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2015/11/21/news/donne_e_cultura_patriarcale_la_liberta_che_ancora_non_esiste-127808303/
https://www.corriere.it/cronache/20_novembre_24/giornata-contro-violenza-donne-perche-si-celebra-25-novembre-a9e3dc86-2e53-11eb-9814-5d0b7c9bd2b5.shtml
https://www.repubblica.it/cronaca/2021/11/22/news/femminicidi_sono_103_nel_2021_sono_gia_piu_dello_scorso_anno_invertito_il_trend_in_discesa_che_durava_dal_2018_-327336781/
https://www.open.online/2021/11/23/femminicidio-rapporto-commissione-parlamentare-inchiesta/
https://www.direcontrolaviolenza.it/cose-la-violenza-contro-le-donne/
https://www.stateofmind.it/2015/05/stereotipi-pregiudizi-psicologia/
https://27esimaora.corriere.it/21_novembre_23/violenza-contro-donne-femminicidio-cultura-patriarcale-b7fc7402-4bbe-11ec-a7de-29504a6b0429.shtml
https://www.ansa.it/canale_lifestyle/notizie/societa_diritti/2021/11/23/litalia-patriarcale-sottovaluta-la-violenza-contro-le-donne_01d5c3fa-a167-495e-9288-e826bc69324c.html
https://www.stateofmind.it/2015/12/violenza-domestica-meccanismi-mantenimento/
https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/violenza-dentro-e-fuori-la-famiglia/numero-delle-vittime-e-forme-di-violenza
https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne/la-prevenzione
http://ibicocca.it/perche-abbiamo-un-problema-di-genere/
https://theramex.it/numeri-e-fatti/le-conseguenze-della-violenza-sulla-salute-della-donna/
https://www.lastampa.it/topnews/lettere-e-idee/2021/09/18/news/i-femminicidi-e-i-danni-della-cultura-patriarcale-1.40714244/
https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/violenza-dentro-e-fuori-la-famiglia/consapevolezza-e-uscita-dalla-violenza
https://www.lastampa.it/cronaca/2021/11/25/news/aumentano_i_femminicidi_nel_2021_una_donna_uccisa_ogni_72_ore-657031/
https://www.huffingtonpost.it/entry/la-violenza-sulle-donne-e-la-conseguenza-di-una-societa-maschilista-e-patriarcale_it_619e1281e4b025be1ae3a888
https://www.instagram.com/p/CWrSYERN5db/

Alessandra Sansò

Laureata Magistrale in Psicologia Clinica e di Comunità presso l’Università degli Studi di Genova con una tesi dal titolo “Alessitimia in adolescenza: un contributo alla validità convergente degli strumenti di valutazione”.
I suoi interessi principali riguardano l’adolescenza e le sue caratteristiche, ma si concentra anche su concetti della Psicologia Sociale, quali deumanizzazione e stigmatizzazione quantomai presenti nella società moderna.

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